Signorini su Maradona: “Con Napoli fu amore, ma ne uscì soffocato”

Parla lo storico preparatore atletico dell’argentino: “Lo lasciarono cadere senza proteggerlo perché non rendeva più”

di Redazione ITASportPress

C’è una persona nel mondo del calcio che ha avuto la fortuna di lavorare con Diego Maradona e Lionel Messi. Un fortunato amico fedele del Pibe de Oro e consigliere di un giovane Leo durante il Mondiale 2010 in Sudafrica.

Si tratta di Fernando Signorini, storico preparatore atletico personale di Diego durante gli anni di Napoli e della Nazionale argentina, chiamato da Maradona nel 2010 per l’avventura iridata poi finita male.

Nessuno meglio di lui può spiegare il Maradona segreto, come fatto in un’intervista a La Repubblica: “Maradona è la fenice che risorge dalle sue ceneri, ci hanno provato in mille modi a toglierlo di mezzo, ma è sempre tornato. A Usa ’94 lo sacrificarono perché ritenuto politicamente scorretto, per non aver abbassato la testa, per aver proposto un sindacato giocatori che avrebbe tagliato fuori Havelange. La Fifa aveva già venduto il mondiale con Maradona come star. Prima del torneo, proposi controlli interni a sorpresa, ma Grondona in Federcalcio rifiutò, come rifiutò di fare ricorso negli Stati Uniti, nonostante le irregolarità della procedura antidoping. Non vedeva l’ora di farlo fuori e dargli la panchina della nazionale fu l’ultimo atto, vincere tutti o seppellirlo per sempre”.

Signorini spiega come Maradona ha saputo reagire anche al gravissimo infortunio subito nel 1983 per il fallo di Andoni Goikoetxea: “Si inventò una nuova sequenza di movimenti, in particolare sulle punizioni, con il piede d’appoggio più vicino al pallone: rotazione del bacino più energica, il sinistro che gira in modo esagerato, ginocchio che sale verso la spalla dopo l’impatto. Così nacque la famosa punizione di seconda dentro l’area contro la Juventus”.

E a proposito di Juventus e dei duelli degli anni ’80, Signorini ricorda la parabola di Maradona a Napoli, dall’arrivo ai trionfi fino al tracollo: ‘Ma dove avete portato mio figlio?’ chiese il padre di Diego quel 5 luglio 1984, sulla strada tra Capodichino e Fuorigrotta. C’erano spazzatura e macerie ai bordi della tangenziale, ma l’autista disse che ce ne saremmo innamorati, mentre io volevo scappare. Aveva ragione lui. Napoli è La Città e i napoletani hanno un’allegria contagiosa. Alla fine però la città finì per soffocarlo e Diego non era preparato. Avvisai Ferlaino e Moggi che le sue condizioni erano critiche. Andava protetto, nemmeno loro erano pronti, ma lo lasciarono cadere perché non rendeva più. Quella volta dopo Napoli-Bari l’urina era la sua”.

Eppure non mancò qualche contrasto…: “Diego mi coprì di insulti quando gli dissi che avrebbe dovuto ammettere la scorrettezza. Secondo me sarebbe stato un gesto nobile, un esempio”.

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