Zenga: “Rinato grazie ad un mental coach. Caniggia? Mi dispiace ancora…”

L’allenatore del Crotone: “La società vuole che l’allenatore sbagli con la serenità delle sue idee”

di Redazione ITASportPress

Walter Zenga si racconta durante una lunga intervista rilasciata ai taccuini del Corriere dello Sport; ecco quanto dichiarato dall’allenatore del Crotone:

INFANZIA – “Ho cominciato all’oratorio, naturalmente. Sono nato in viale Ungheria, periferia di Milano. Si giocava su campi spelacchiati. Ho iniziato lì, a sette o otto anni. Mio papà era un portiere, aveva giocato nella Pro Lissone, nella Pro Patria negli anni subito dopo la guerra e mi aveva trasmesso questa passione per il ruolo. Ricordo che mi aveva comprato un completo con maglia nera e pantaloncino nero e io ne ero molto orgoglioso .Poi quando sei ragazzino manca sempre il portiere e qualcuno che porta il pallone. Io giocavo in porta e avevo il pallone, quindi ero perfetto”.

INTER – “Ai miei tempi ci volevano dieci anni per iniziare a giocare in una squadra, io ne avevo solo nove. La squadra del mio quartiere, la Macallesi, cercava un portiere e un mio amico, poi giocatore dell’Inter, Claudio Ambu, mi disse: ‘vieni che stanno cercando un portiere’. Io andai e il responsabile, un uomo alto un metro e ottantacinque che mi sembrava un gigante mi guardò e mi disse: ‘Quanti anni hai?’. Io risposi: ‘Dieci’. Lui continuò: ‘E quando sei nato?’. Io: ‘Il 28 aprile del ’59’. Mentii, ma firmai il cartellino per giocare. Mi scoprirono. Mio padre firmò una dichiarazione in cui si assumeva la responsabilità è così finii a giocare contro quelli di tredici o quattordici anni. L’anno dopo andai all’Inter grazie a Italo Galbiati, il mio primo allenatore. Fui pagato la bellezza di tre giocatori in cambio, più un milione in materiale (palloni), quindi fu un affare, per la Macallesi”.

PORTIERE – “La prima dote che deve avere un portiere è essere sempre se stesso, indipendentemente da tutto quello che gli accade intorno. Perché puoi fare una grandissima parata e un secondo dopo ti può passare la palla in mezzo alle gambe, senza neanche che te ne accorgi. Un buon portiere deve anche dare sempre il senso di totale controllo, quasi proprietario, dell’area di rigore. L’area di rigore è mia, è casa mia e per farmi gol devi inventarti qualcosa sennò ragazzo passa alla prossima partita. Senza carattere non si può essere portieri”.

CANIGGIA – “Mi dispiace quel gol perché non mi ha consentito di permettere ai miei compagni di finire un’altra partita imbattuti. Ed arrivare così alla finale di un Mondiale con sei partite vinte e con la porta immacolata. Avremmo giocato a Roma davanti a novantamila persone e la storia sarebbe stata bellissima”.

DA SACCHI A PELLEGRINI – “Faccio le prime cinque partite con Sacchi. Ironia della sorte non prendo mai gol. Sono l’unico portiere che può dire di aver giocato con Sacchi e di essere imbattuto. E poi ci sono delle scelte, legittime. La buttai un po’ a ridere con la canzone degli 883, ‘Hanno ucciso l’uomo ragno’, non potevo fare diversamente. Se devo essere sincero mi ha fatto più male quando il presidente Pellegrini dell’Inter non mi comunicò che stava trattando con la Sampdoria l’acquisto di Pagliuca. Lì sì che mi fece male. Perché dopo ventidue anni di Inter meritavo dal signor Pellegrini un atteggiamento differente”.

CARRIERA – “Io inizio ad andare in giro per il mondo perché mi chiamano dalla Romania e vado ad allenare questa squadra che si chiama National. Finiamo l’anno bene, dopo otto anni qualifichiamo una squadra romena al secondo turno di Europa League, in campionato facciamo bene, perdiamo la finale di Coppa di Romania e l’anno dopo inizia l’anno con un budget completamente stravolto e limitato. A metà anno lascio e vado via. Per esempio io reputo una vittoria anche il fatto di andare in una squadra negli Emirati Arabi a gennaio penultimo e stare due anni e mezzo, arrivare terzo, secondo e sesto e per due anni di fila fare la Champions League per la prima volta nella storia della società portando tre under 20 ad essere fissi nella nazionale degli Emirati Arabi. Bisogna avere coraggio e la passione per le sfide. A volte le sfide ti portano a fallimenti. A volte le sfide le puoi anche vincere. Io mi posso vantare di aver lavorato in tre continenti differenti, in otto nazioni differenti. Tutte le esperienze contano. Quelle positive e quelle negative”.

SAMPDORIA – “Esonero? Mi dispiacque moltissimo. E’ una cosa che ho ancora dentro perché arrivassi oggi alla Sampdoria probabilmente sarebbe diverso. E non mi riferisco al presidente Ferrero: quando io arrivai lui era al primo anno da presidente. Ma mi riferisco a me stesso. Le voglio fare una confessione: io dopo quell’esonero sono andato a Al-Shaab, esonerato anche lì dopo cinque mesi per motivi che esulavano dai risultati. Da quel momento ho lavorato tantissimo su me stesso per cercare di smussare, di migliorare me stesso in riferimento agli altri: il rapporto con la società, con il presidente, con i tifosi, il porsi nelle conferenze stampa, il poter essere credibile con me stesso. Ci ho lavorato tanto”.

CAMBIAMENTO – “Io più maturo? Molto mi ha dato la famiglia, mia moglie, i miei bimbi. Con mia moglie sono quindici anni che siamo insieme, non due mesi. Prima pativo molto la lontananza da loro, noi abbiamo la residenza a Dubai. E poi ci sono persone che si sono prese a cuore il farmi uscire dal tunnel. Questa persona si chiama Roberto Re. E’ un mental coach e con lui ho avuto la possibilità di ragionare, di analizzare, di vedere le cose con una luce nuova. Tutte queste cose mi hanno permesso di rinascere, come l’araba fenice che mi sono tatuata sulla gamba. Dopo l’Al-Ain ero sotto un treno. Se io lavoro in un club, la squadra perde e non ci sono i risultati te ne fai una ragione. Ma essere esonerato al nono posto in classifica con Eder capocannoniere o essere esonerato in Inghilterra quando arrivi cinque giorni prima dell’inizio del campionato e fai anche tutto un lavoro di ricostruzione tra tifosi e società, riporti entusiasmo, ti lascia veramente basito. La prima cosa che ti chiedi è perché. Poi, se analizzi e cominci a riflettere sulle situazioni, capisci perché, capisci dove hai sbagliato e come puoi migliorare”.

OBIETTIVI – “La mia fissa è quella della prossima partita. Non riesco a guardare più in là del match di sabato. Il campionato italiano è talmente tanto livellato, tanto strano che puoi anche fare cinque sei risultati di fila, ma puoi anche perdere tre o quattro partite di fila. Non si può dire facciamo la corsa sulla SPAL, sul Genoa, sul Cagliari. Se ti concentri solo su te stesso non devi dipendere dagli altri e non dipendere dagli altri è una grandissima cosa”.

SOCIETA’ – “Ho trovato una società che difende l’allenatore, che gli dà la possibilità di sbagliare. La società vuole che l’allenatore sbagli con la serenità delle sue idee. Per capirsi: il Crotone non ha esonerato Nicola. È stato lui che ha legittimamente deciso di interrompere quell’esperienza”.

FILOSOFIA – “Dico sempre ai ragazzi: ‘Non venite al campo perché dovete fare allenamento, venite perché volete fare allenamento’. Il nostro è un mestiere bellissimo, favoloso, lo dico con l’emozione nella voce perché ti accorgi di quanto ti manca questo pallone quando smetti di giocare. Quando ho appeso gli scarpini al chiodo mi sono detto: ‘Sai che bello? Adesso vado in vacanza quattro volte all’anno, non faccio più niente, non ho più stress, mi sveglio alle undici’. Dopo quattro giorni ero lì che volevo picchiare la testa nel muro. Per questo sono felice di essere ritornato. Ritornato nuovo. Come uomo di calcio e come uomo”.

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