Bombardini a ISP: “Guardiola predestinato, l’ho capito a cena… Juve, giusto puntare su Pirlo”

L’ex centrocampista di Roma, Atalanta e Bologna racconta alcuni retroscena della sua carriera

di Redazione ITASportPress

Di Federico Mariani

Da piccolo ammirava i campioni del Bologna, magari vestendone la divisa “sette giorni su sette”, come cantava Luca Carboni. Da grande, Davide Bombardini ha realizzato il suo sogno di calcare il campo dello stadio Dall’Ara. Ma il centrocampista nato a Imola il 21 giugno 1974 ha fatto molto di più, vivendo in prima persona spogliatoi ricchi di campioni e favole straordinarie. A Roma ha imparato da un gruppo di fuoriclasse, trasferendo quell’esperienza nelle tappe seguenti. A Bergamo, si è tolto soddisfazioni notevoli, accarezzando persino il traguardo di una qualificazione alla Coppa Uefa con l’Atalanta. Ora Bombardini ha cambiato vita, ma non ha perso l’amore per il calcio, come ha raccontato ai nostri microfoni.

Davide, quali sono i suoi progetti in questo momento? C’è ancora spazio per il calcio?

“Per uno che ha giocato 20 anni c’è sempre spazio. Attualmente mi occupo di attività immobiliari. Il calcio resta sempre la passione di una vita. Ma solo se questo mi diverte, non tornerei senza la garanzia di un progetto serio”.

Cosa le manca del calcio giocato?

“Onestamente, quando ho smesso, non mi mancava particolarmente il calcio. Sentivo nostalgia per lo spogliatoio o l’adrenalina della partita, il contatto con i tifosi. Il calcio giocato non mi mancava”.

Lei ha parlato di tifosi. Cosa ne pensa di questo calcio senza spettatori a causa dell’emergenza Covid? C’è chi parla di uno sport completamente diverso.

“Toglie il 50% di difficoltà perché è anche pubblico e tifo. Scendere in campo con lo stadio vuoto o con i tifosi cambia tutto. È un calcio a metà. Quando ho giocato partite a porte chiuse, è stato deprimente. È triste per me vedere una partita di calcio in TV. Anche guardandola da casa e sentendo i cori, è molto surreale. Figuriamoci ora senza alcun tifoso. Il tifo ci dev’essere allo stadio perché a livello di passione manca qualcosa”.

Sotto questo aspetto, in molti indicano nel Milan una formazione che ha tratto beneficio, in qualche modo, da queste nuove condizioni. Qual è il suo pensiero a riguardo?

“Penso che il Milan sia una squadra giovane. Il pubblico di San Siro è esigente e diventa dura giocare in un campo così importante per una formazione non troppo esperta. In un contesto simile, quando non arrivano risultati, si possono ricevere fischi e critiche che si fanno sentire. In questo senso può essere un fattore positivo per il Milan”.

Al contrario, chi potrebbe aver patito di più l’assenza dei tifosi tra le altre squadre?

“Mi vien da pensare alla Lazio, ma c’entra anche la forma fisica. Sicuramente la Juventus ha un ruolino di marcia clamoroso in casa e dunque potrebbe essere una squadra penalizzata da questa situazione. Un discorso che vale anche per l’Inter. Va detto che comunque i parametri sono sempre quelli e l’assenza dei tifosi non sembra a condizionare fino in fondo i risultati finali”.

Qual è la sua idea sui recenti casi Covid che hanno colpito la Serie A?

“I giocatori devono capire che non possono andare in giro finché ci sarà questa emergenza. Del resto, loro hanno la possibilità di fare i tamponi sempre. C’è più probabilità che riscontrino eventuali positività. In questo momento penso che i calciatori abbiano una grande responsabilità. La loro routine dovrebbe essere casa-allenamento-casa”.

Lei ha giocato in due occasioni alla Reggina e per poco non ha incrociato nello spogliatoio calabrese Andrea Pirlo. Come valuta la scelta della Juventus di puntare su un esordiente come lui?

“Me lo aspettavo pronto ad allenare. Non alla Juve, ma non per incapacità sua, quanto per la mentalità che c’è solitamente. È stato un grandissimo giocatore. Era già pronto in campo per fare l’allenatore. Certo la scelta della società ha spiazzato tutti, ma penso che Pirlo possa far bene. Sarebbe stato peggio allenare una squadra di bassa classifica. Mi spiego: alla Juventus il compito principale riguarda la gestione della squadra. Chi ha proposto qualcosa di nuovo è stato esonerato. Chi ha gestito è andato avanti. Penso che lui possa fare lo stesso”.

Invece a Roma ha conosciuto bene un giocatore divenuto poi un fuoriclasse come allenatore. Sto parlando di Pep Guardiola.

“Ho conosciuto meglio Pep. Non avevo dubbi che avrebbe allenato. Parlava solo di calcio a cena. Ha avuto lo stesso ruolo di Pirlo in campo, giocando davanti alla difesa e dirigendo il gioco. Era una persona molto tranquilla e pacata. Quando andavamo a cena parlava solo di calcio e lì ho capito che sarebbe stato un allenatore. A chi sarebbe potuto capitare di diventare un grande tecnico se non a uno così appassionato come lui?”.

Guardiola riusciva a far convivere le sue idee con un allenatore esigente come Fabio Capello? Com’era il rapporto con lui?

“Capello era un grande gestore. Non dico un sergente di ferro, ma si faceva rispettare. Era bravo a capire quando un giocatore poteva dare di più o quando era in un momento complicato”.

Lei è arrivato alla Roma dopo che i giallorossi avevano vissuto due stagioni di ottimo livello. Nella sua annata con i capitolini, invece, si sono visti pochi lampi tra gli uomini di Capello. Come mai questo diverso rendimento?

“Ci sono stagioni disgraziate che capitano a tutti. Sono annate in cui non va bene quasi niente. Quell’anno sono successe cose fuori dal campo tra incidenti e litigi vari. Lo spogliatoio è stato destabilizzato. Di conseguenza il bilancio è stato negativo. La cosa più positiva dell’intera stagione è stata la vittoria contro il Real a Bernabeu in Champions League. Sicuramente il momento clou. Siamo arrivati in finale di Coppa Italia, ma ci siamo trovati contro un Milan stratosferico, lanciato dalla finale di Champions”.

In generale, pensa che quella Roma potesse fare di più?

“Come non fare di più con quell’attacco? C’erano campioni in ogni reparto e davanti avevamo Totti, Batistuta, Delvecchio, Cassano, Montella… Purtroppo ci sono quegli anni che gira tutto male. C’era anche una gran concorrenza in Serie A, con almeno sei squadre di vertice. Comunque vivere uno spogliatoio simile è stato un sogno che si è avverato”.

Poi lei ha vissuto un periodo importante all’Atalanta.

“Assolutamente sì. Abbiamo vinto il campionato di B. Eravamo superiori. Poi con qualche ritocco abbiamo fatto bene in Serie A. Certo, abbiamo anche approfittato delle sanzioni di Calciopoli ad altre squadre, ma siamo quasi arrivati in Europa. Il gruppo era forte. Ricordo con piacere le vittorie contro Roma e Milan. È stato bravo l’allenatore Colantuono. C’era tanta qualità in gruppo. Avere giocatori di alto livello come Christian Vieri che si allenano bene era uno stimolo per tutti”.

Avrebbe mai pensato che l’Atalanta sarebbe arrivata così in alto un giorno?

“Non me l’aspettavo. Stavano quasi esonerando l’allenatore. È una favola incredibile e una realtà del campionato. Per me può vincere lo scudetto. Oggi come oggi non mi meraviglierei se se lo giocasse fino in fondo”.

E invece come valuta la situazione della Roma?

“Cambia tanti giocatori, allenatore, direttori sportivi… Quando si cambia molto è come se si dovesse ripartire da capo. Manca continuità”.

Poi la tappa di Bologna con la promozione in A e la salvezza per due anni consecutivi.

“Per me è stato un sogno. Da piccolo andavo nella curva del Bologna anche perché vivevo a Imola. Giocare con la maglia numero 10 e segnare per i rossoblu è stato stupendo. Ogni gol fatto a Bologna valeva tre o quattro reti da altre parti. Nel 2009 la salvezza si è materializzata grazie al risultato del Genoa che vinse a Torino. Quello è stato importante”.

In quale squadra le piacerebbe giocare tra quelle attuali per filosofia calcistica?

“Per come vedo il calcio, vorrei giocare nell’Atalanta. Giocano e si divertono. Anche il Sassuolo ha la stessa filosofia. Era come la ‘mia’ Atalanta”.

Lei è diventato famoso anche per la storia con Giorgia Palmas. Crede che lo stereotipo del calciatore che frequenta il mondo dello spettacolo possa aver influito sulla sua carriera?

“No, la relazione con Giorgia non ha influito sulla mia carriera. Penso che avrei potuto fare meglio io in alcune situazioni, a livello caratteriale. Mi è mancata anche un po’ di fortuna nel trovarmi nel ruolo giusto in alcune squadre”.

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