Valtolina a ISP: “Venezia in B per colpa di Zamparini. Dopo il gol alla Roma, Stroppa mi fece venire i capogiri”

L’ex attaccante si racconta in esclusiva ai nostri microfoni

di Redazione ITASportPress

Di Federico Mariani

Ci sono gesti tecnici destinati a entrare per sempre nella memoria collettiva. Può trattarsi di una parata, di un dribbling particolarmente complicato o di un gol dal coefficiente di difficoltà elevatissimo. Fabian Valtolina è riuscito a entrare nei cuori e nei ricordi degli appassionati ribaltando letteralmente per qualche istante il suo mondo. Eseguire una rovesciata è già di per sé un esercizio complicato. Realizzarlo con il piede solitamente meno utilizzato, il sinistro, è ancora più pazzesco. Inventarsi una simile prodezza all’ultimo respiro di un match di Serie A, con la propria squadra in svantaggio per 3-2, rende il gol ancora più folle e spettacolare. Gli spettatori di quel Piacenza-Roma del 10 maggio 1998 si ricorderanno bene lo stupore misto a gioia o disperazione, in base al credo calcistico del tifoso in questione, per quella rete che rese improvvisamente celebre il suo autore, facendolo passare dal ruolo di giovane promessa al rango di protagonista della Serie A. Attaccante classe 1971, nato calcisticamente nella Primavera del Milan, si è fatto largo prima nelle categorie minori con Pro Sesto, Monza e Bologna, prima di emergere definitivamente con Piacenza, Venezia e Sampdoria. Valtolina si racconta ai nostri microfoni in esclusiva:

Fabian, prima di tutto come ha passato quest’ultimo periodo?

“La mia quarantena non è stata diversa da quella di tutti. Con la famiglia sono stato bloccato a casa. Certamente sono stato fortunato perché, avendo un giardino ampio, ho avuto l’opportunità di passare del tempo fuori dall’abitazione. Mi sono adattato a fare giochi diversi con i bambini. Oltre a essere genitori abbiamo dovuto trasformarci anche in amici e insegnanti”.

Attualmente qual è la sua occupazione?

“Alleno l’Aldini che è una società giovanile affiliata al Milan. Nella prossima stagione avrò ancora a disposizione i ragazzi classe 2006 che avevo allenato fino allo stop per l’emergenza Coronavirus. Cercherò di dare il massimo per poterli salutare al meglio dopo due campionati intensi. Devo dire che si lavora bene. non ha niente da invidiare ad altre società. Al di fuori del calcio faccio consegne per un negozio. Questo mi tiene impegnato quasi tutto il giorno, ma riesco sempre a ritagliarmi lo spazio per allenare”.

Allenare calciatori così giovani è una grande responsabilità e comporta non poche difficoltà.

“Hanno un’età adolescenziale in cui iniziano a diventare grandi. Bisogna saperli aiutare anche al di là del terreno di gioco. Seguo tantissimo il discorso extra campo. Lascio loro il mio cellulare per permettergli di sentirmi qualora ne avessero bisogno, per confidarsi o parlare. Se avessero qualche problema, io sarei a loro disposizione. E questo succede, spesso mi chiamano in privato. L’altro giorno mi hanno contattato due ragazzi del 2001 che hanno fatto la maturità per raccontarmi del loro esame. Sono piccoli gesti che fanno davvero piacere. Il rapporto di fiducia è importante per me. Devo guidarli fino a quell’età in cui saranno pronti per entrare nel mondo del lavoro. E per lavoro non intendo necessariamente il professionismo nel calcio. Si spera sempre di avere il ragazzo che avrà una carriera importante, ma le probabilità sono basse e non è semplice”.

Secondo il suo punto di vista, ci sono elementi in comune tra la sua generazione e i ragazzi da lei allenati?

“Sono diversi gli aspetti comuni: c’è la stessa vita adolescenziale, con alcuni aspetti differenti. Ad esempio una famiglia allargata. I cambiamenti sono legati ai mutamenti della società. È cambiato il modo di comunicare. Io devo parlare come loro e non come farei normalmente”.

Lei sicuramente è stato fortunato ad avere avuto una scuola come il Milan di Arrigo Sacchi tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo.

“È stata una gran scuola. Anche solo a vedere tutti quei campioni c’era da imparare. Allenarmi e mettermi in competizione con loro è stato straordinario. A volte sono andato in panchina con la prima squadra. Stavo per entrare in una partita di Coppa Italia, ma ci fu un’espulsione, che fece rientrare in anticipo Filippo Galli e spinse Sacchi a mettere un difensore. Così esordì Bandirali, mio compagno nella Primavera. È stato comunque davvero incredibile”.

C’era uno dei giocatori del Milan particolarmente prodigo di consigli?

“Sicuramente Donadoni e Van Basten: l’olandese mi consigliava dove fare pressing. Io ero giovane e volevo mettermi in mostra, pressando anche per lui, ma Marco prontamente mi riportava all’ordine. Poi mi ricordo anche dello scontro in allenamento con Filippo Galli. Riportammo entrambi un trauma cranico. Eppure questo episodio non ha fatto altro che rinforzare il nostro rapporto. Ogni tanto, quando ci vediamo, me lo ricorda: ‘Accidenti a te e alla tua testata!’. Ho vissuto intensamente tanti allenamenti e, più in generale, la vita di Milanello. A volte ci fermavamo a giocare a biliardo. Ecco, se dovessi trovare una differenza con i ragazzi di oggi, direi che, quando eravamo giovani, eravamo educati e non potevamo alzare la voce o parlare fuori luogo. C’era un rispetto diverso. Ora è cambiato, ma non penso per strafottenza. Credo sia perché vorrebbero dimostrare subito la loro grandezza. Forse adesso hanno più pressione, prima giocare a calcio era solo un piacere”.

Attualmente il calcio non sembra più un divertimento, secondo lei?

“Adesso si anticipano gli acquisti dei giovani. Il calcio concedeva più tempo. Alcuni ragazzi erano scelti a 16 anni ed erano vecchi già da ragazzi. Penso a Francesco Totti o Alessandro Del Piero. A 22 anni però non sei ancora un uomo, serve un percorso. Avere il procuratore è un’illusione per molti giovani perché li convince di essere ormai arrivati, che ci penserà l’agente al loro futuro. Ma questi talenti devono preoccuparsi di fare bene sul campo”.

Lei quando ha capito di essere riuscito a svoltare la sua carriera?

“Dopo il secondo anno della Pro Sesto in C1. Sapevo che comunque avremmo dovuto disputare una grande annata per salire di categoria. Mi sono fatto l’esperienza lì. Poi ho sperato di salire in Serie A e ho colto l’occasione col Piacenza, ma me la sono guadagnata prima sul campo con l’esperienza al Bologna. Credo sia questione di tempi: prima si ragionava in modo diverso”.

Al Bologna ha trovato anche un allenatore esigente come Renzo Ulivieri. Com’era il vostro rapporto?

“È stato un grande maestro e l’ho ritrovato a Coverciano. Come in campo anche al corso da allenatore non mi ha regalato nulla all’esame. Anzi mi ha fatto ripetere 10 volte l’esercizio, nonostante fosse già stato eseguito correttamente. Ma lui è fatto così”.

Quel Bologna gettò le basi per disputare altri grandi campionati, arrivando persino alla semifinale di Coppa Uefa. Si sarebbe mai aspettato una simile crescita da parte dei rossoblu?

“Sì perché quando vincemmo il campionato si era intuito che il Bologna non sarebbe stato una comparsa in Serie A. Certo, presero anche profili diversi rispetto a quelli che avevano in squadra. Bisogna anche ricordare che due anni prima il club era fallito”.

Nell’estate 1996 la scelta di approdare nel Piacenza, capace di conquistare per due volte la permanenza in Serie A.

“Per noi quelle salvezze valevano come due scudetti, data anche la grande qualità del campionato. La nostra era una squadra composta solamente da italiani. Davamo del filo da torcere a tutti. Lucci e Piovani erano i capitani anche perché sono stati quelli che hanno indossato la maglia del Piacenza per tanti anni. Avevamo anche altri ottimi giocatori, come Tramezzani, Di Francesco e Polonia. Insomma era una formazione assolutamente valida”.

Avete cambiato due allenatori, Bortolo Mutti e Vincenzo Guerini. C’erano differenze tra loro?

“Un po’ di differenza c’è stata. Con Mutti c’era tanta serenità nello spogliatoio, mentre invece con Guerini si notava più apprensione. Ma si trattava anche di due allenatori caratterialmente diversi tra loro. Il primo era molto più tranquillo, il secondo era meno permissivo. Prima di adattarsi è servito tempo”.

Non è bastato quel gol pazzesco contro la Roma, con una rovesciata spettacolare al limite dell’area, per avere qualche libertà in più da parte di Guerini?

“(ride ndr.) Purtroppo no perché avevamo una partita determinante. È stata una prodezza incredibile. Altre volte avevo provato quel colpo. In quell’occasione è stata questione di attimi. Feci un taglio in area su una colpo di testa, con un contromovimento, vedendo la palla nella mia mente. Mancava poco alla fine. Sono riuscito a coordinarmi e a segnare. Stroppa è impazzito di gioia, mi ha preso la testa e l’ha scossa per mezz’ora urlandomi: ‘Ma cosa hai fatto?’. A un certo punto gli ho chiesto di lasciarmi perché mi stava facendo venire i capogiri. Nello spogliatoio tutti mi hanno dato del matto”.

Dopo l’avventura al Piacenza, lei ha scelto un’altra bella favola del nostro campionato: il Venezia.

“La prima stagione è stata un anno fantastico. Abbiamo realizzato una rincorsa incredibile dopo il girone d’andata”.

Tra l’altro, nel 1998/99, avevate in squadra un certo Alvaro Recoba.

“Ha sempre avuto la fama di essere uno poco propenso al sacrificio, ma con noi, per merito del mister, se non si allenava non giocava. Si comportava molto bene e ha trovato con noi quella continuità che gli è sempre mancata. Aveva 20 anni e qualche raddrizzata gliel’abbiamo data. Lui in allenamento difficilmente sbagliava un calcio piazzato. A volte si allenava con noi il terzo portiere Alessio Bandieri. Durante le gare di punizioni, Recoba gli diceva: ‘Se vuoi, ti puoi mettere lì’, indicando il punto in cui avrebbe calciato. E segnava sempre. Non ricordo di aver mai visto un giocatore calciare con una simile potenza mista a precisione”.

Prima di lasciare il Venezia lei è riuscito comunque a togliersi la soddisfazione di riportarlo in Serie A dopo la retrocessione in B dopo il 1999/2000.

“L’anno della discesa in B era stato incredibile. Il presidente (Maurizio Zamparini ndr.) impazzì cambiando sempre allenatore, ma i colpevoli eravamo noi giocatori. Cercava di darci una scossa, ma ha creato solamente confusione. Anche perché i nuovi tecnici avevano idee diverse tra loro e per noi non era facile adeguarci. Qualche volta il presidente veniva a chiederci cosa ne pensassimo dell’allenatore. Ognuno di noi parlava con lui in separata sede. A me una volta aveva chiesto e gli ho detto che l’allenatore era valido, semplicemente eravamo noi il problema”.

Tra gli allenatori avuti al Venezia c’è anche Walter Novellino, che poi ha ritrovato alla Sampdoria.

“Nel secondo anno è stato il presidente a creare problemi. Non è stato dato tempo a Novellino e a chi è arrivato dopo di lui di lavorare con serenità. L’ho ritrovato alla Samp dove abbiamo vinto il campionato di Serie B. Il progetto era di andare in A in tre anni, ma ci siamo riusciti al primo colpo. Il mister ha portato parecchi suoi giocatori in modo da assembrare una squadra che conosceva già. Quando non si dà il tempo all’allenatore di programmare al meglio la filosofia di calcio preferita, è normale che si ricorra ai calciatori che già conoscono le sue idee. Servono giocatori facilmente adattabili, anche se di fatto bisogna lavorare sulla specializzazione del ruolo. Oggi si lavora di tattica, mentre mi sembra abbia perso validità la giocata del singolo. Non si salta più l’uomo, anche se, di fatto, si crea la superiorità numerica. Troppe volte si preferisce il giro palla fine a se stesso”.

Se ne avesse l’opportunità, in quale squadra le piacerebbe giocare ora?

“Tornerei indietro nel tempo, nelle squadre con un’annata storta, tipo a Monza e Venezia dove siamo retrocessi. Mi piacerebbe tornare lì per rivivere la rinascita sportiva. E poi mi godrei ancora il ‘mio’ Piacenza”.

C’è un incontro che vorrebbe rivivere tra quelli da lei giocati?

“Sembra strano, ma rigiocherei un’amichevole. Si tratta di un Bologna-Juventus, in cui noi eravamo appena saliti dalla B e loro erano freschi vincitori della Champions. Noi vincemmo 4-2 e lo stadio era davvero straordinario. Certo, si trattava di un test prestagionale, ma battere quella Juve da neopromossi è stato davvero emozionante”.

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