Flachi a ISP: “Insegno ai più piccoli il bello del calcio. Da Maldini un regalo speciale”

L’ex attaccante di Fiorentina e Sampdoria si racconta ai nostri microfoni

di Redazione ITASportPress

Di Federico Mariani

Cross dalla destra di Manuel Rui Costa e perfetto colpo di testa in tuffo. Palla in rete, Fiorentina avanti 3-0 sul campo del Brescia e il sogno di un diciannovenne toscano iniziava a prendere forma. Sono trascorsi quasi ventisei anni dal primo gol in Serie A di Francesco Flachi. Da quel 30 ottobre 1994 l’attaccante ha realizzato altri 41 centri nel massimo campionato a cui si sommano altri 93 gol tra B, Coppa Italia e UEFA. Un bottino considerevole che è logica conseguenza di una cura dei dettagli tecnici davvero notevole. Destro e sinistro su alti livelli, marcature realizzate con acrobazie spettacolari e con inserimenti brucianti ai danni di difensori e portieri. E forse quello score avrebbe potuto essere ancora maggiore senza la lunga squalifica che lo ha colpito nel 2010 in seguito a una positività all’antidoping. Comunque Flachi non ha perso l’amore per il calcio, che insegna a ragazzi e bambini con la stessa passione messa in campo per tanti anni, come ha raccontato ai nostri microfoni.

Flachi, come sta attraversando questo periodo così particolare?

“Sicuramente è una situazione strana. Sembrava che l’emergenza Covid fosse finita e invece siamo nuovamente punto e a capo. Se non altro abbiamo esperienza sulle spalle.

Di cosa si occupa al momento?

“Sto lavorando per una televisione e una radio. Il calcio è ancora presente nella mia vita: alleno i bambini del Signa e ho una scuola calcio privata sempre per i più piccoli”.

Lei si era lanciato anche nel mondo della ristorazione con un progetto con Luca Saudati. Come procede questa esperienza?

“Avevo aperto due locali, uno dei quali appunto con Saudati, ma ho deciso di cambiare strada. Da poco ho venduto anche l’ultimo immobile. Questa era una strada che mi teneva impegnato per non pensare troppo al calcio. Ma ora, dato che mi manca un anno al termine della squalifica, posso tornare a dedicarmi allo sport. Ho già iniziato ad allenare. Cerco di imparare il più possibile per avere un futuro da allenatore”.

Cosa le manca del calcio giocato?

“Ormai penso di aver già fatto tutto. Ogni tanto posso avere il rammarico di non essere ancora sul campo di calcio, anche se comunque non ci ho pensato troppo in questi anni. Sono emozioni particolari. Penso che sia lo stesso per chi smette. Con il tempo ci si abitua. Se si è bravi a rimanere nel mondo del calcio, si può diventare allenatori o dirigenti. Penso che chi ha fatto questo sport difficilmente ci si stacca. È il tempo che deciderà quale strada intraprendere”.

Ci sono tanti tipi di allenatore. C’è chi è freddo e distaccato e chi, invece, vive con passione la partita come se dovesse scendere in campo con i suoi giocatori. Lei com’è in panchina?

“Non sono sicuramente uno che giocherebbe ancora: faccio tre partite di calcetto alla settimana e direi che mi bastano (ride ndr.). Cerco di trasmettere qualcosa ai miei ragazzi anche alla luce dei miei errori passati. Spiego loro di non buttare via nemmeno un allenamento perché penso che, se c’è un campo da calcio, bisogna godersi la possibilità di fare sport. Cambiano le categorie, ma tutti i giocatori sono accomunati dalla passione. A volte, quando muovo una critica c’è chi mi dice: ‘Ma tu giocavi in Serie A…’, quasi a ricordarmi la differenza di categoria e di tecnica. Come se fosse impossibile seguire quel consiglio. Secondo me, invece, quando siamo in campo bisogna metterci la stessa passione. Anche nel calcio c’è la gavetta. Penso che Sarri sia l’allenatore che dimostra che venendo dal basso si possa fare tanto. Arrivando da un calcio diverso, inizialmente ho scelto il progetto di una squadra di terza categoria e mi sono affidato a una persona che conosceva il campionato. Lui mi ha aiutato a calarmi in una realtà differente. Ovviamente non mancano le difficoltà: una volta ho provato alcune soluzioni tattiche con gli undici titolari e dopo 5 minuti ho scelto di fare la partita perché ho capito che sarebbe stato tempo perso. I bambini, invece, apprendono più rapidamente. Con questa squadra di terza categoria ho vinto un campionato e una Coppa Toscana, centrando anche la salvezza nella stagione seguente. Poi, dopo quattro anni, ho deciso di dedicarmi ai più piccoli”.

Passiamo alla sua carriera nel calcio giocato. Ha segnato il primo gol in Serie A con la Fiorentina, la squadra della sua città. Un vanto non indifferente, no?

“Sono fiorentino e tifoso della Fiorentina. Anche per questo motivo è stato speciale giocare con la viola. Speravo di chiudere la carriera a Firenze. Sarebbe stato un sogno per me. Purtroppo c’era poco spazio per un giovane. Ho fatto tre anni con le valigie sempre in mano, girando in prestito e poi tornando alla Fiorentina. Speravo che avessero più considerazione e fiducia nelle mie capacità… Sapevo che non sarebbe stato facile avere spazio perché giocavo con gente del calibro di Batistuta, Rui Costa, Edmundo… Però avrei preteso solo un minimo di considerazione per un eventuale futuro in viola. Invece la Fiorentina decise di rimandarmi in prestito e questo non mi andò bene. Io volevo rimanere a Firenze. A malincuore decisi di non rinnovare per scegliere un club in cui avrei avuto la possibilità di continuare a giocare”.

Tra i tanti campioni c’è qualcuno da cui hai preso spunto?

“Ho avuto come maestro Baiano. Gli assomiglio molto come modo di giocare. Era più facile imparare da lui. Poi guardavo anche Batistuta ed Edmundo che erano due fuoriclasse. Tutti insegnavano rispetto e valore. Se il giovane mancava di rispetto veniva redarguito e messo da parte nello spogliatoio. Credo che questo fosse importante per la crescita. Ora manca questa disciplina. Si vedono ragazzi presuntuosi che pensano molto a sé stessi. È un calcio molto veloce sotto tanti aspetti. Puoi lasciare rapidamente una città. Questo dà poca passione anche ai bambini. Quando comprano una maglia della squadra del cuore, non sanno più quale nome scegliere perché i giocatori se ne vanno dopo pochi anni. Il rapporto con la squadra si è un po’ raffreddato. Penso alla recente sfida tra Milan e Inter: cosa significa per i calciatori il derby? Per noi a Genova il derby era così intenso da dare l’idea che noi fossimo sempre vissuti lì”.

Si può consolare con una bella soddisfazione con i viola: la vittoria della Coppa Italia nel 1996.

“Sì, il 1996 fu davvero speciale. Basti pensare che nello stesso anno vinsi due Coppe Italia, quella con la prima squadra e quella con la Primavera”.

Poi Genova con la Sampdoria. Con Walter Novellino è arrivata la vera svolta?

“Certo, ma anche perché era cambiato tutto. Prima avevamo una squadra importante. Il primo anno non siamo saliti in Serie A per un punto. Quando si viene dalla massima categoria e non c’è modo di risalire già nel primo anno, poi si fatica. Nella seconda stagione non si venne promossi ancora per un punto e così nella terza annata si rischiò di retrocedere. La famiglia Mantovani si trovò in difficoltà nel mantenere gli ingaggi dei giocatori e decise di cedere ai Garrone. Nonostante non avesse grande esperienza in materia calcistica, ebbe la fortuna di prendere un dirigente valido come Marotta che allestì una squadra da B forte per essere promossa. Al primo anno si andò subito in Serie A. Da lì una stagione più bella dell’altra. Ci siamo qualificati per due anni alla Coppa UEFA. Un risultato incredibile perché, sulla carta, davanti a noi c’erano almeno dieci o dodici squadre più attrezzate. Eravamo tutti italiani con due stranieri, che però si integrarono rapidamente. Avevamo costruito una bella famiglia unita con una gran tifoseria”.

Lei ha segnato parecchi gol con uno stile tutto suo: stop di petto e girata o rovesciata.

“Era un rischio, ma se un giocatore ha questa prodezza nel suo bagaglio tecnico, può fare la differenza. Era un periodo fortunato. Provavo spesso e mi andavano bene diversi tentativi. Erano gol particolari. A un certo punto i difensori avevano iniziato a prendermi le misure. Per esempio restavano più larghi nella marcatura in modo da non darmi un appoggio per la girata”.

C’è un gol a cui lei è particolarmente affezionato?

“Sono legato a una rete magari non particolarmente bella, ma importante per me e per gli altri compagni di squadra di allora. È il gol col Messina che ci ha dato la certezza matematica di rimanere in Serie B nel mio terzo anno con la Sampdoria. Si stava vivendo una situazione particolare. Avevamo questo scontro diretto che significava tanto per noi. Vincendo quella gara avevamo messo un punto forte nella permanenza in B. Ricordo la tensione e lo stadio pieno. È stata una bella soddisfazione”.

In Serie A, la “sua” Sampdoria sfiorò la Champions. Cosa è mancato per raggiungere quel traguardo?

“Per qualsiasi giocatore era difficile riproporsi in un campionato così complicato. Fu fatale la sconfitta con l’Inter alla penultima giornata. Poi ci cascò il mondo addosso a Bologna. Prendemmo tre pali. Quella partita ci poteva permettere di guadagnare due punti preziosi andando avanti in classifica contro l’Udinese. Si pareggiò e i bianconeri ci superarono definitivamente. Fu un sogno bellissimo che durò poco. Eravamo contenti del nostro percorso anche perché abbiamo dato tutto quello che potevamo. Peccato per il match contro il Bologna…”.

Lei ha avuto modo di lavorare con Beppe Marotta. Come valuta il suo nuovo percorso all’Inter?

“Penso che Marotta sia il miglior amministratore in circolazione. È bravo a creare situazioni favorevoli. Salvaguarda l’aspetto economico della società. Lo ha fatto alla Sampdoria dove aveva un budget limitato, mentre all’Inter e alla Juve ha possibilità di spese superiori. Negli anni alla Samp è sempre riuscito a creare una squadra competitiva pur essendo sempre nei limiti. Ha una forte personalità che lo aiuta in alcune situazioni”.

Cosa ne pensa del calcio senza spettatori? Si dice che i risultati siano molto condizionati dall’assenza di pubblico.

“È vero, non è la stessa cosa. Si fa fatica a guardare il calcio senza tifosi. È diverso dal nostro tipo di gioco. Ma è anche vero che ci sono tante situazioni che non erano nel nostro modo di pensarlo”.

Sta parlando del calcio attuale in generale?

“Esattamente, vedo giudizi dati troppo velocemente e calciatori che hanno contratti pesanti senza aver dimostrato nulla. Molti senatori fanno ancora la differenza: vuol dire che tra i giovani non c’è ancora qualcuno che è pronto. Il calcio che vuole cambiare, ma alla fine, nella sua essenza, resta sempre lo stesso”.

Effettivamente la “sua” Serie A era davvero ricchissima di fuoriclasse provenienti da tutto il mondo. Ce n’è uno che ritiene il più forte?

“Ronaldo il Fenomeno è stato il più forte, ma ritengo Roberto Baggio, dopo Diego Maradona, il 10 più forte al mondo”.

C’è stato uno di questi campioni con cui ha condiviso un episodio speciale?

“Certo. Per esempio Roberto Mancini sapeva che era il mio idolo. Ogni volta che ci incrociavamo, mi dava la sua maglia, essendo a conoscenza della mia passione per la collezione delle divise. E poi ho un bel ricordo di Paolo Maldini, il ritratto del capitano in tutto e per tutto. Ricordo che era una delle sue ultime partite e prima del match gli dissi che avrei voluto la sua maglia. Si perse 3-0 e giocammo molto male. Uscii fuori dal campo infuriato e mi dimenticai di Maldini. Ero nello spogliatoio quando sentii bussare la porta: Paolo era passato per consegnarmi la sua maglia. Sono quelle cose che ti fanno bene. Nel calcio non smetti mai di imparare anche sotto questi aspetti”.

Ha rimpianti particolari legati alla sua carriera?

“Ho il rimpianto delle cavolate che ho fatto personalmente. Non sono stato un bell’esempio, ma so di poter dare una mia testimonianza costruttiva ai giovani che amano il calcio. Devono capire l’importanza di non buttare via nulla nella vita come davanti a un pallone su un campo”.

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