Godeas a ISP: “Un gol per fare la storia. Vi racconto il mio Palermo ‘Mondiale'”

Godeas a ISP: “Un gol per fare la storia. Vi racconto il mio Palermo ‘Mondiale'”

L’ex attaccante rosanero si racconta ai nostri microfoni

di Redazione ITASportPress

Di Federico Mariani

Una vita alla ricerca del gol. Denis Godeas è stato una garanzia per gli allenatori: attaccante tuttofare, nato a Cormons, vicino a Gorizia, ha girato l’Italia passando dall’amato Friuli alla calda Sicilia, vestendo le casacche di tredici club. A Palermo ha toccato l’apice, guidando da protagonista i rosanero nella loro prima e storica esperienza europea. A Trieste, però, Denis si è legato sentimentalmente. Un amore che non è mai venuto meno, nemmeno quando in quattro occasioni dovette lasciare la Triestina. E per un bomber completo come lui ci sarebbe ancora un’ultima missione prima di salutare il calcio giocato: segnare in tutte le categorie del calcio italiano, dalla Serie A alla Terza Categoria. Un progetto ambizioso. Di questo e di altri aspetti Godeas parla in esclusiva ai nostri microfoni:

Denis, come hai vissuto queste giornate così particolari?

“In maniera tranquilla. Ho due bambini e in questo momento mi sono dedicato di più a loro. Negli ultimi giorni sono tornato a Trieste per la prima riunione post Covid-19. Sono stato comunque molto in pensiero: ho due nonne e non è stato piacevole non poterle vedere. Ma comunque siamo stati fortunati perché abbiamo passato meglio rispetto ad altre persone questa spiacevole situazione. Inizialmente non pensavo che fosse così grave. Tra l’altro mia moglie era stata in Cina per motivi di lavoro nei mesi precedenti. Quindi è normale che ci siamo preoccupati. Pensavo fosse più gestibile questa emergenza. Ha stravolto tutte le nostre esistenze, anche se fortunatamente sono stato toccato in maniera leggera”.

E come valuti la situazione attuale del calcio italiano? Si discute continuamente di una possibile ripresa, di protocolli e di nuovi malati.

“In questi giorni ho parlato di cosa fare con Mauro Milanese (amministratore della Triestina ndr.). La gestione è difficile. Non invidio chi dovrà trovare soluzioni. Qualsiasi decisione si prende è un problema. Anche riaprendo non si sa se le cose andranno bene. Per quanto riguarda il calcio penso sia quasi scontato ripartire, anche se leggevo di nuovi positivi. Si potrebbe pensare a una soluzione simile a quella adottata in Germania. È comunque tutto molto difficile. Spero che si possa ripartire. Del resto, ricordiamoci che il calcio è un’azienda. Attualmente non so quali saranno i protocolli. Secondo me, se rimangono queste linee è difficile ripartire per chi non ha sponsor importanti. Ovviamente mi riferisco alla Lega Pro perché la Serie A resta comunque un pianeta lontano. Per l’italiano medio il giocatore tipo è Cristiano Ronaldo, ma la realtà è quella della Serie C. Io ho due bambini. Se avessi un figlio particolarmente dotato nel calcio, ma con attitudini da Serie C, gli sconsiglierei di vedere il pallone come un lavoro. Abbiamo tanti ragazzi tesserati, ma sarà difficile pensare di ripartire a settembre”.

Si parla di un livello che va abbassandosi nel calcio italiano. Sei d’accordo con questa idea?

“Al giorno d’oggi i giocatori sono molto più attenti alla fase atletica. Ho giocato in Serie A, B e C e rispetto a tanti anni fa i calciatori sono molto più preparati fisicamente e atleticamente. Prima si viveva in maniera molto più blanda su certi aspetti. Era vissuto come un lavoro, ma anche come una passione. Attualmente è aumentato il livello della big, ma è calato nelle altre squadre. I club più blasonati hanno continuato a rinforzarsi a differenza delle società minori. Chiaramente il livello medio è diverso. È meno talentuoso rispetto a quello che ho vissuto io. Faccio un esempio: in Serie B io giocavo con campioni come Luca Toni e Igor Protti, attaccanti che hanno fatto la differenza anche in altre categorie. Adesso faccio fatica a ricordarmi un giocatore capace di colpirmi in modo particolare. E nelle società di Serie B o C si preferisce affiancare ai giovani uno o due elementi di grande esperienza, proprio perché i ragazzi di oggi non hanno quel tipo di preparazione”.

Tenendo conto di queste differenze rispetto al “tuo” calcio, ti piacerebbe giocare su alti livelli?

“Mi piacerebbe giocare per passione. Se dovessi fare un paragone scomodo, adesso le preparazioni sono più votate all’aggressività, ma ci sono meno giocate tecniche. Questo si nota nelle squadre medie. Ho ammirato per tanti anni Totò Di Natale all’Udinese. Da quando se n’è andato, i bianconeri faticano a trovare un bomber vero. E parlo di giocatori capaci di fare la differenza, non di attaccanti onesti. Comunque niente drammi: può essere solo un momento in cui abbiamo meno giocatori. Prima eravamo i più forti in attacco, dato che avevamo diversi centravanti. Ora siamo tornati fortissimi in difesa ad esempio”.

Nell’ultimo decennio in Italia c’è un’unica dominatrice: la Juventus. Curiosamente tu l’hai incrociata in Serie B nell’anno post Calciopoli. Avresti mai immaginato che i bianconeri sarebbero tornati così forti?

“Partiamo dal presupposto che di quella squadra allestita per la Serie B è rimasto poco. Hanno trovato i giocatori giusti per ripartire In quella stagione giocavo con il Mantova e ci siamo tolti la soddisfazione di essere una delle poche formazioni in grado di battere la Juve. In classifica non c’era storia: un club che mette in campo quattro campioni del mondo in B è di un altro pianeta per tutti. Questo dominio era difficile da pronosticare, ma si vedeva che la Juve aveva già una gran struttura. Era scontato che arrivasse a far bene nel giro di pochi anni”.

Hai qualche ricordo particolare di quel match?

“Sono sincero: solitamente io non ho ricordi del campo perché ho sempre cercato di essere molto professionale. Le emozioni più grandi le ho provate quando sono stato convocato dalla Triestina che è casa mia”.

Sei sempre stato molto legato al club giuliano.

“Davvero sento la Triestina come una famiglia. Quando mi sono spostato, era perché la società era in difficoltà e doveva vendere. Essendo molto legato al club, avrei preferito rimanere. Mi sarebbe piaciuto fare come Totti alla Roma”.

Come mai ora le bandiere stanno scomparendo così rapidamente?

“In un calcio inteso come business è impossibile parlare di bandiere. Il calciatore è diventato un lavoro. La società stessa ha bisogno di monetizzare e dopo determinati anni è spesso necessario vendere, a meno che non si tratti di Messi o Ronaldo, anche se quest’ultimo ad esempio ha cambiato più di una squadra. Altrimenti è quasi impensabile avere altre bandiere”.

Se potessi rigiocare una partita per rivivere un’emozione particolare o un cambiare il risultato, quale sceglieresti?

“Per quanto riguarda gli incontri con il risultato negativo, rigiocherei tutte quelle che ho perso. Se ne avessi l’opportunità vorrei ripetere le sfide tra il mio Como e il Brescia, ma solo per poter ancora ammirare da vicino Roberto Baggio. Ho visto e sfidato tanti campioni, ma nessuno mi ha colpito come lui.

Alcuni campioni li hai trovati anche a Palermo.

“Sono stato presentato a Palermo nel gennaio 2006 durante una contestazione. Mentre mi avviato alla presentazione, ero insieme a tre giocatori come Fabio Grosso, Andrea Barzagli e Cristian Zaccardo. Tre futuri campioni del mondo, quattro contando anche Simone Barone. Mentre facevo la loro conoscenza, i tifosi stavano lanciando le uova…. In allenamento giocavo contro Barzagli ed era dura. Ero rognoso da marcare, perché avevo un buon fisico, ma lui era rapido e veloce. Non credo che abbia mai sbagliato un intervento difensivo. Grosso era un gran terzino. Giocava e non faceva fatica. In quella stagione era particolarmente in forma. Non mi stupisce che abbia fatto bene al Mondiale, anche se non credo che qualcuno avrebbe scommesso su un suo torneo così straordinario. Dell’esperienza al Palermo conservo un bel ricordo. Ho avuto la fortuna di segnare la rete qualificazione ai sedicesimi di Coppa Uefa contro lo Slavia Praga e di giocare gli ottavi con lo Schalke 04. In generale mi sono sempre fatto apprezzare dai compagni perché sapevano che il mio approccio era sempre lo stesso in ogni occasione. Prima i campi erano davvero caldi, specialmente nel Sud. Ricordo che prima di un derby a Catania abbiamo dovuto cambiare due volte il pullman. Prima questo era la prassi. Ma anche in quei contesti giocavo sempre sereno”.

Quando l’Italia ha vinto il Mondiale, hai sentito qualcuno dei tuoi compagni di squadra?

“Certo, la sera stessa Zaccardo mi ha mandato la foto con la coppa mentre era in camera. Ho un ricordo davvero piacevole di quel momento”.

Attualmente di cosa ti occupi?

“Collaboro col settore giovanile. Sono con loro da quattro anni. Svolgo volentieri questo ruolo. In futuro, quando tutto si sarà risolto, penso che farò anche il tesserino da allenatore per l’Uefa. Comunque non penso di avere l’indole per poter allenare gli adulti, mentre mi trovo meglio con i ragazzini. Seguirli mi dà soddisfazione. A Trieste ho trovato una famiglia allargata”.

Come hai gestito questa emergenza con i ragazzi che alleni?

“Abbiamo parlato di questa situazione, cercando di tranquillizzarli. Non è semplice tenere la loro mente impegnata in un momento simile”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“In questo momento resto legato al calcio. Mi hanno fatto notare che dovrei segnare un gol in Prima Categoria per diventare il primo ad aver segnato in tutte le categorie calcistiche esistenti in Italia. È un progetto a cui mi sono interessato. Proverò a inseguire questo sogno, magari a settembre, quando la situazione si sarà sistemata e non si costringerà i vari presidenti locali ad assumersi rischi inaccettabili per far scendere in campo alcuni giocatori dilettanti in un momento simile. Attualmente sono nella Triestina Victory, una squadra nata dal settore giovanile della prima squadra della Triestina. È un progetto interessante”.

Tra i tanti gol che hai realizzato a quali sei rimasto particolarmente affezionato?

“Scelgo la rete segnata alla Roma in Serie A, la prima nella massima categoria. E poi ricordo con piacere la doppietta al Vicenza nello spareggio salvezza: vincemmo 2-0. La gioia più bella vissuta con la mia maglia preferita”.

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