Juary a ISP: “Juve più forte con Pirlo. Ad Avellino mi diedero del matto per l’esultanza”

L’ex attaccante brasiliano è stato un protagonista della Serie A negli anni ’80

di Redazione ITASportPress
Jorge Juary

Di Federico Mariani

Ogni attaccante vive spasmodicamente nella ricerca del gol. Un inseguimento alla massima delizia che può avere durata diversa. Se la gioia per la rete realizzata è quasi sempre la stessa, sono diversi i modi per festeggiare la marcatura. Tante esultanze sono entrate nella storia caratterizzando fortemente alcuni campioni. Negli anni ’80, in Italia prima e in Europa poi, divennero famosi i tre giri attorno alla bandierina. A compierli con il sorriso contagioso di un bambino ci pensava un attaccante brasiliano velocissimo sia di gambe che di pensiero. Si chiamava Jorge Juary Dos Santos Filho e ancora oggi non smette di ridere pensando alle corse agli angoli del campo, subito dopo un gol. L’ex giocatore classe 1959, con un passato ad Avellino, Inter, Ascoli, Cremonese e Porto, ora coordinatore della Santos Academy è tornato nel capoluogo irpino e ai nostri microfoni racconta alcuni retroscena della sua carriera.

Juary, ha fatto ritorno ad Avellino ancora una volta. Un legame che non viene mai a mancare col tempo.

“Vero, ho girato tante squadre e tante città. Ma il legame è quello del primo impatto. È stata la prima città che ho conosciuto dopo l’aeroporto di Roma (ride ndr.). Ho passato bei momenti qui. Mi sento un irpino. Anche perché, dopo il periodo del terremoto vissuto insieme, ho visto la forza di questa gente. Quella vicenda mi ha ricordato ciò che avevo sofferto in Brasile. Ho capito con loro l’importanza dell’amore per la terra, per gli amici, per la società”.

Dunque, in qualche modo, il “suo” Avellino giocò anche per alleviare la sofferenza dei propri tifosi.

“Sì, il calcio è stato una via di fuga. La gente ha capito che aveva la luce grazie a noi. Potevamo rifarci con il calcio e regalare ai tifosi qualche soddisfazione. Ne è venuta fuori un’annata straordinaria”.

Non sentivate la pressione?

“Credo che non sentivamo questo peso. Quando andavamo al campo, il discorso era sempre quello. Volevamo vincere a tutti i costi e il prima possibile. Tra l’altro avevamo una penalità di cinque punti (comminata dopo lo scandalo calcioscommesse ndr.). Ogni settimana facevamo il countdown per vedere quanto ci mancava per poter pareggiare lo zero”.

Come mai è tornato ad Avellino?

“Sono tornato perché ho questo incarico con la scuola del Santos. Abbiamo preso l’esclusiva di questa scuola calcio in Portogallo, Italia e Francia. Abbiamo trovato un accordo per poter lavorare con i ragazzi”.

Perché questa scelta? Non ha mai pensato di allenare una prima squadra?

“Ho già allenato i grandi in passato, anche in Brasile, ma adesso non sono allenatore. Preferisco essere coordinatore tecnico. Ad Avellino cerco di dare una mano. I ragazzi hanno margini di crescita ancora grandi. Non si sentono ancora arrivati. Hanno la voglia di imparare e questo è un elemento che mi piace”.

Cosa si ricorda del suo arrivo all’Avellino?

“Era il primo anno delle frontiere aperte per i giocatori stranieri. Ricordo di aver guardato il sedile e di aver avuto paura. Pensavo a dove ero finito. Poi devo ammettere che sono stato agevolato perché il nostro allenatore ci ha fatto imparare in fretta la lingua e i movimenti sul campo. Mi sono trovato bene e mi sono inserito, mi hanno accettato all’interno della città. In squadra quasi tutti erano giovani, ma non mancavano i senatori. L’impatto col calcio è stato meno doloroso. La prima volta avevo paura. Avevo paura della gente, perché non riuscivo a giocare e ad adattarmi. Prima di venire in Italia avevo giocato in Messico, imparando a essere lontano da casa. Quell’esperienza mi è tornata utile quando mi sono trasferito ad Avellino”.

E proprio ad Avellino ha introdotto la sua esultanza particolare dopo i gol segnati, con i tre giri attorno alla bandierina. Come hanno reagito i suoi compagni di fronte a quel rito?

“Preciso che l’esultanza è nata un giorno in Brasile. L’ho fatta per la prima volta in una sfida contro il San Paolo, quando giocavo nel Santos e poi l’ho importata in Italia. Ma quasi nessuno lo sapeva perché non c’erano tanti modi per conoscere il calcio brasiliano. Credo ci fosse un solo canale che trasmetteva il meglio delle partite nel Sud America. Però c’era la percezione di avere a che fare con un calcio d’un altro mondo. Per quanto riguarda l’esultanza, è stato bello ripeterla in Italia. Sì, ammetto che qualcuno tra i miei compagni si è spaventato, pensava che fossi pazzo”.

Ha giocato anche con Ascoli e Cremonese e curiosamente con i bianconeri ha segnato all’Avellino e quando era con i grigiorossi ha lasciato il segno contro i marchigiani. Insomma un ex spietato, anche perché non si faceva problemi a esultare.

“Ho sempre pensato di giocare a calcio per divertimi, anche se non vincevo. Non guardavo chi c’era dall’altra parte. E poi non era come se facessi del male a un’ex moglie. La squadra resta tale, non esageriamo”.

C’è stato un gol a cui è particolarmente legato?

“Direi il primo gol che ho segnato in Serie A, contro il Catania. Lì mi sono sbloccato. Mi ha dato la certezza che avrei potuto far bene e che avrei conquistato la gente definitivamente”.

Tra l’avventura all’Avellino e le altre esperienze in Italia c’è stato spazio per un anno con l’Inter. Ha qualche rimpianto per la breve durata del periodo con i nerazzurri?

“No perché quell’anno non ero preparato per l’Inter. Certo, ero deluso con me stesso perché non sono riuscito a esprimermi ai miei massimi livelli, ma sono riuscito comunque a giocare tante partite. In un gruppo come quello dell’Inter, con tantissima qualità, penso di aver fatto bene”.

Tra i compagni ce n’era uno davvero speciale?

“Beccalossi era straordinario. Ancora oggi ci sentiamo, siamo rimasti in buoni rapporti. Era incredibile cosa riusciva a fare con il pallone. Avevo già visto le sue giocate da avversario, ma davvero allenarsi con lui era ancora diverso perché ti lasciava a bocca aperta”.

Più difficile segnare in un derby come quello storico tra Napoli e Avellino o in una finale di Coppa dei Campioni?

“Sono due cose diverse, con momenti differenti. Il primo è avvenuto un derby campano con uno stadio pieno. E poi il derby è il derby, dunque segnare è più bello. Tra l’altro avevamo perso uno scontro diretto con loro in una partita un po’ particolare nella stagione precedente, quindi l’anno dopo ci siamo rifatti (vinse l’Avellino con un netto 3-0). Comunque il vero derby campano è quello tra Avellino e Napoli, non c’è dubbio”.

E invece cosa significa vincere una finale di Coppa dei Campioni da protagonista?

“Noi siamo riusciti a vincere a sorpresa. Certo, ovviamente non pensavamo di non vincere. Siamo riusciti a passare contro la Dinamo Kiev in semifinale e noi ci siamo detti: ‘Siamo pronti a ballare, balliamo’. In fondo il calcio è 11 contro 11. Loro erano più forti, ma sapevamo che avremmo potuto trovarli nella loro giornata no e, viceversa, noi avremmo potuto vivere il momento migliore. Il nostro allenatore Artur Jorge ci ha detto: ‘Voi alla ultima possibilità per fare la storia del calcio mondiale, facciamo le cose per bene’. Sicuramente il Bayern non si aspettava una squadra così tosta dopo un brutto primo tempo, quando eravamo andati sotto”.

Lei e Rabah Madjer avete fatto la fortuna del Porto quella sera con un assist e un gol a testa.

“Rabah è un ragazzo straordinario in campo e fuori. Un tipo assolutamente tranquillo. Era timido, non gli piaceva stare vicino alla gente. A volte non faceva nemmeno gli autografi, ma non per maleducazione o per chissà quali vizi da star: era davvero timidissimo. Il suo gol di tacco ha distrutto il Bayern. Quando ho messo la palla in mezzo ho pensato che qualcuno ci sarebbe arrivato, ma non sapevo come avrebbe potuto segnare. Poi però lui ha avuto i crampi. È rimasto solo sulla fascia. Noi l’abbiamo visto e siamo riusciti a servirlo in contropiede. Madjer ha stoppato il pallone, mi ha visto sul secondo palo e ha crossato. Non sapevo se andare sulla palla di testa, ma alla fine ho preferito colpire col piede. Per fortuna è andata bene (ride ndr.)”.

Veniamo al calcio attuale. Prima lei aveva detto di non farsi troppi problemi nell’esultare contro una sua ex squadra. Una scelta in controtendenza con gli ultimi tempi, quando non si festeggia il gol contro i vecchi compagni. Qual è la sua idea a riguardo?

“Credo sia assurdo. È giusto pensare a chi ti paga ora lo stipendio. Inoltre il calcio è fatto di esultanze. Non esultare significherebbe non essere contento della situazione attuale. Io ho sempre giocato per divertirmi e non riesco a capire queste logiche”.

Si è detto tante volte che questa Serie A non vale quella degli ultimi tre decenni. Lei è d’accordo?

“Secondo me è differente il livello. Prima c’erano tanti campioni, tutti accomunati da una forma straordinaria. Oggi c’è troppa preoccupazione per i soldi e meno per lo spettacolo. Si va in ansia per due partite di fila da giocare: i calciatori non si sa se reggono, gli allenatori sono preoccupati per le formazioni… Tutto assurdo. Oggi c’è decisamente più pressione, prima eravamo più liberi”.

Lei ha giocato in un periodo infarcito di grandissimi campioni. Ce n’è uno con cui le avrebbe fatto piacere condividere lo spogliatoio?

“L’unico con cui non sono riuscito giocare era Michel Platini. Sono riuscito a giocare un’amichevole con Diego Maradona e Pelé, ma mai con Platini”.

E tra i calciatori attuali c’è qualcuno con cui le sarebbe piaciuto giocare?

“Quello che porterei in squadra con è Leo Messi”.

A proposito di Messi, qual è la sua idea sul caso dell’estate?

“Mi soffermo maggiormente sulla squadra: è una formazione invecchiata, il calcio è cambiato. È rimasto lo stesso gioco di Guardiola. Quel Barcellona è tremendamente lento rispetto alle altre squadre. Gioca ancora come si faceva dieci anni fa, senza migliorare la velocità o cambiare qualcosa”.

Come ha attraversato l’ultimo periodo del Coronavirus, dato anche il suo lavoro particolare?

“A marzo sono rimasto bloccato a Lodi. Noi eravamo arrivati lì per inaugurare a marzo e aprile l’Academy a Milano. Siamo partiti da Borgo San Giovanni e mi sono trovato in mezzo all’emergenza Coronavirus. Senza questo inconveniente sarebbe già stato avviato il progetto”.

Ultima domanda: pensa che la striscia di scudetti della Juventus possa interrompersi nella prossima stagione?

“In questo momento la Juventus è favorita. Pirlo è un signore del calcio e sa come gestire questa conoscenza, anche se non ha mai allenato prima. Sulla carta è ancora più forte. Magari partirà a scoppio ritardato, ma, mano a mano che si andrà avanti con le partite, sarà competitiva. Inter e Atalanta saranno le rivali più pericolose. Mi aspetto grandi cose anche Lazio e Napoli, che saranno con le prime”.

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