Padalino a ISP: “Samp, quante risate con Cassano! Zeman un genio, io frenato dagli infortuni”

Padalino a ISP: “Samp, quante risate con Cassano! Zeman un genio, io frenato dagli infortuni”

L’ex centrocampista svizzero si racconta ai nostri microfoni

di Redazione ITASportPress

Di Federico Mariani

I momenti di difficoltà fanno parte della quotidianità. Si verificano in ogni situazione, compreso il campo da calcio. E in questi casi è fondamentale trovare qualcuno a cui appoggiarsi. Marco Padalino ha sempre fatto parte di questa categoria: molto duttile dal punto di vista tattico, l’esterno svizzero si è distinto per generosità e affidabilità. Ha vissuto intensamente l’Italia, lasciando il segno in ogni squadra in cui ha giocato dal Catania al Piacenza, dalla Sampdoria al Vicenza. L’acume sviluppato in campo in tanti anni di carriera si è trasformato ora in una preziosa virtù nel suo nuovo ruolo di dirigente al Lugano Calcio, la formazione con cui ha aperto e chiuso la sua avventura calcistica. L’ex blucerchiato si racconta ai nostri microfoni:

Marco, come stai vivendo questi giorni?

“Chi fa il mio lavoro cerca di pianificare la giornata. Non c’è la possibilità di osservare i giocatori e dunque dobbiamo valutare altre soluzioni. Inoltre ci sono tanti problemi per capire come andare avanti e come programmare la prossima stagione”.

Di cosa ti occupi in questo momento?

“Sono coordinatore sportivo del Lugano. Il mio compito è valutare i vari giocatori e fare mercato. Ogni giorno sono in contatto con il presidente. Non è semplice in questo momento fare valutazioni. Non sai a che tipo di mercato vai incontro, se sarà di scambi o se verranno realizzate operazioni più complesse. Non è semplice, specialmente per un club piccolo come il Lugano che non ha le disponibilità economiche di altre società”.

Dal tuo punto di vista, la stagione interrotta dovrebbe concludersi o si può anche pensare di annullarla?

“Penso che l’idea da parte di tutti sia quella di concludere la stagione, anche per stabilire retrocessioni e promozioni. O fai cadere tutto o sarebbe una farsa. È un equilibrio da mantenere. Non è semplice, ovviamente ci sono problemi maggiori. Noi in Svizzera stiamo valutando di giocare ogni 72 ore evitando di fare le vacanze. Riprenderemmo a novembre e non faremmo la pausa invernale. In fondo abbiamo già riposato abbastanza, no?”.

Stai seguendo l’emergenza legata al Coronavirus in Italia?

“So benissimo cosa sta succedendo. L’Italia è stata la nazione più colpita in assoluto in Europa insieme alla Spagna. In particolare, vedo che la Lombardia ha pagato un prezzo elevato in termini di vite. Questo mi dispiace perché ho amici e parenti. Mi sento anche italiano. Noi di Lugano, essendo molto vicini, temiamo che il contagio possa espandersi in maniera significativa anche qui”.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza in Italia?

“È sicuramente difficile rispondere… Ogni squadra mi ha lasciato qualcosa di profondo. A Catania ero un ragazzino. Non era semplice entrare nel calcio italiano, ma sono stato bene. A Piacenza ho trovato una grandissima famiglia. Ero tranquillo e felice, avevo 21 o 22 anni. Abbiamo fatto campionati di alto livello in Serie B. A Genova è stato il top. Abbiamo vissuto momenti stupendi. Ho trascorso due anni fantastici mentre le ultime due, al di là della retrocessione, non sono state altrettanto piacevoli. Da lì sono iniziati tanti infortuni. È una ferita ancora aperta, il mio grande rimpianto”.

La sfortuna ha avuto un ruolo importante.

“Certo, ma non è solo quello. Io tendenzialmente ho sempre dato la colpa a me stesso. Non c’è solo la sfortuna quando si subiscono tanti infortuni muscolari. Avrei dovuto gestirmi meglio. Ero una persona che avrebbe giocato sempre e in qualsiasi occasione. Davo sempre la massima disponibilità. Pensare di non riuscire a giocare mi faceva sentire un codardo. Questo mi ha rovinato. A livello fisico ero molto valido, anzi era il mio punto di forza. Quando capitava un infortunio, non potevo sfruttare un vantaggio del genere. Ma in quei momenti non sono stato lucido. Questo è stato il mio più grande problema in carriera. Non ho pensato che è meglio saltare una partita piuttosto che non giocare per dieci incontri”.

Secondo te, invece, la svolta della sua carriera quando è avvenuta? A Genova?

“Quella era una squadra stratosferica, ma il primo step è stato Catania. Avevo giocato in Sivzzera, che è un mondo diverso. In Sicilia ho trovato calciatori importanti, come Giuseppe Mascara. Era un Catania molto forte. L’anno dopo sono saliti con Gionatha Spinesi e altri ottimi giocatori. La Serie B aveva alto livello. C’erano giocatori che potevano fare la Serie A senza problemi. Ora le società devono lanciare molti più giovani”.

Come si spiega questo cambiamento così drastico?

“Credo sia una conseguenza di un certo periodo in cui si spendeva tanto in ogni competizione. Ora la situazione si è fatta più complessa. Ovviamente tutto varia da squadra a squadra”.

Poi l’esperienza a Piacenza.

“È stata un’esperienza incredibile. Nel 2006 siamo arrivati quarti in un anno in cui c’era una sorta di seconda Serie A. A Piacenza c’era una squadra straordinaria con giocatori come Hugo Campagnaro e Daniele Cacia e un grande tecnico come Beppe Iachini. Se l’avessimo avuta due anni prima o due anni dopo, saremmo saliti in Serie A. Facevamo paura a tutti. Abbiamo battuto anche Genoa e Napoli che ci hanno preceduto. Solamente la Juventus era fuori portata. Il livello era elevatissimo: non dimentichiamoci di Bologna e Torino, altre due squadre blasonate che sono arrivate dietro di noi. Eravamo forti e grintosi”.

Peraltro siete stati sfortunati perché non c’erano i playoff in quell’anno, altrimenti la lotta sarebbe stata ancora più intrigante.

“Vero, in quell’anno arrivammo distanti oltre 10 punti dal Napoli, che era terzo in classifica e per questo non si fecero i playoff come da regolamento. Siamo stati davvero sfortunati. Ci sarebbe stato da divertirsi”.

Prima hai parlato di un grande gruppo a Piacenza. Trovi qualche analogia con la Sampdoria.

“A Genova tutti i giocatori erano di alto livello. Nessuno sfigurava. Avevamo Antonio Cassano che era la luce della squadra. Noi eravamo persi senza di lui perché inventava giocate pazzesche. E poi con Giampaolo Pazzini e Angelo Palombo avevamo tanta qualità. Alcune partite erano più semplici grazie a loro. L’anno della retrocessione è stato uno shock. Era arrivato Massimo Maccarone in attacco, che aveva tantissima esperienza, ma comunque rimpiazzare i partenti non è stato semplice. Io l’ho vissuta da spettatore perché ero infortunato. Vedere la mia squadra che retrocedeva è stato un colpo terribile. Ho vissuto momenti durissimi. Non avevamo mai pensato che dai preliminari di Champions saremmo finiti in Serie B, perdendo con le dirette concorrenti nella lotta salvezza”.

Cosa ti fa più male di quell’anno?

“Mi dispiace tantissimo perché avevamo avuto tante possibilità per uscire dalla zona retrocessione. Abbiamo perso contro Lecce e Brescia che erano alla nostra portata. Ma noi eravamo un gigante crollato a terra”.

E pensare che nella stagione precedente eravate andati in Champions battendo anche Inter e Roma.

“A proposito di Roma, è in quella partita che siamo andati in Champions. Ricordo che vedevo i giocatori della Roma impauriti perché stavano perdendo quello che avevano costruito in un anno. Inoltre Pazzini è un giocatore di altissimo livello che finalizzava il lavoro di tutta la squadra. Nell’insieme era un meccanismo perfetto. ‘Pazzo’ fece una doppietta straordinaria su invenzioni di Cassano e Mannini”.

Con quella vittoria avete fatto un favore all’Inter, con cui peraltro non avete mai perso in campionato.

“Sì, vincemmo all’andata e pareggiammo 0-0 nella notte delle manette di Mourinho. Anche a fine partita non è stato semplice… C’è stato un accenno di rissa nel tunnel che riportava agli spogliatoi. Del resto era stata una partita carica di adrenalina”.

Com’era vivere in quel gruppo?

“Nel 2010, non so come spiegarlo, sembravamo tutto meno che professionali. Quando entravamo in campo pensavamo solo al calcio, ma quell’anno la preparazione dell’allenamento era un disastro nello spogliatoio (ride ndr.). Anch’io, che solitamente andavo in palestra per prepararmi, stavo al gioco e mi divertivo. Ogni giovedì sera eravamo sempre a cena insieme. Un’abitudine che non mi è mai capitata in nessun gruppo. Si scherzava parecchio. Cassano? Antonio è fatto così, se non sei morto non finisce di massacrarti, sempre in senso ironico ovviamente. I più colpiti erano sicuramente Andrea Poli e Daniele Dessena, ma è toccato anche a me a volte”.

Nel 2010 poi c’è stato il Mondiale in Sud Africa con la Svizzera.

“Quell’anno è stato particolare. Purtroppo anche in quel caso ci sono arrivato acciaccato per colpa della pubalgia. Ero abile a giocare, ma non ero in forma. Avevo giocato le qualificazioni, ma non sono riuscito a scendere in campo durante il Mondiale. Mi aspettavo di tutto, meno che gli infortuni avuti. Quello mi ha davvero penalizzato. Gli eroi non esistono. Puoi giocare una partita da infortunato, ma non dieci…”.

C’è una partita che ti è rimasta nel cuore e che vorresti rigiocare per riprovare le stesse sensazioni?

“Bella domanda. Non posso dire il derby perché li ho sempre persi quando ero in campo. Probabilmente sceglierei il match contro la Grecia che ha sancito la qualificazione al Mondiale 2010. Avevamo vinto 2-0 e ho segnato anch’io. Ricordo lo stadio pieno, con grandi festeggiamenti”.

E quale partita ti piacerebbe ripetere per provare a cambiare il risultato finale?

“Sicuramente il derby di Genova, quello che avevamo perso 3-1. Abbiamo attaccato fino alla fine. Purtroppo nel finale Diego Milito ha chiuso la partita in contropiede. Ero entrato a mezz’ora alla fine. L’ho buttata sulla pazzia. È un grande peccato perché Rubinho aveva fatto tante parate e alcune uscite spericolate. Quanti palloni sono finiti in area e non siamo riusciti a segnare…”.

Quale allenatore ti ha segnato maggiormente nella carriera da calciatore?

“Difficile, sono tanti ad avermi dato qualcosa. Inizierei con Roberto Morinini, il primo maestro nel Lugano. A Catania ho avuto Nedo Sonetti: mi ha portato nel calcio che contava veramente. Beppe Iachini è stato molto importante a Piacenza e alla Sampdoria. Walter Mazzarri mi ha insegnato tanto. È un allenatore meticoloso. Mi massacrava sempre ogni martedì: mi nominava continuamente quando segnalava gli errori fatti in partita. Ma l’ho apprezzato perché voleva farmi crescere. Ho avuto anche Zdenek Zeman. Avrei dovuto averlo qualche anno prima. Lui è estremo in tutto. È un genio e un maestro. Aveva una squadra con tanti giovani ed è riuscito a salvarsi e ad arrivare in finale di Coppa di Svizzera. È sempre stato sulla sua strada. Non vorrei che questo lo avesse penalizzato anche dal punto di vista fisico. Fossi stato in lui, ad esempio, avrei delegato alcuni aspetti della preparazione. A livello tattico è sempre stato molto offensivo e a volte si prendevano brutte imbarcate. Ma se seguivamo tutte le sue indicazioni alla lettera, era difficile perdere”.

Torniamo alla tua realtà: come procede il progetto del Lugano?

“Negli ultimi anni abbiamo ottenuto due terzi posti con un budget molto inferiore alle squadre che ci hanno preceduto. È chiaro che per l’Europa League una squadra richiede una gestione assai più dispendiosa. In Europa non possiamo giocare nel nostro stadio. Siamo andati a Lucerna nella scorsa stagione e quest’anno al San Gallo. Non abbiamo i requisiti per giocare in casa durante le manifestazioni continentali. In più abbiamo dovuto allestire una rosa più ampia. Il presidente Angelo Renzetti sta sponsorizzando il più possibile questo progetto. Non è semplice vendere un calciatore sul mercato perché Lugano è sottovalutata come piazza”.

Quanto è cambiato passare dal calcio giocato alla scrivania di un ufficio?

“Chi vuole passare dal calcio giocato a un incarico deve imparare tante cose. Non sei niente quando smetti. Da calciatore dai per scontate tante cose, ma da dirigente bisogna fare molti ragionamenti. Chi pensa che, una volta terminata la carriera da calciatore, sappia tutto, parte già male. Il calcio cambia sempre. Ognuno va per la sua strada. In questo ruolo fa molto avere i contatti giusti, specialmente quando i mezzi sono limitati. L’anno prossimo ripartiremo da capo con un nuovo progetto. Le spese folli non esisteranno”.

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