Porrini a ISP: “Lavoro per un’Albania protagonista. L’Atalanta ha fatto meglio della Juve”

L’ex terzino, ora vice allenatore, si racconta ai nostri microfoni

di Redazione ITASportPress

Lo raccomanda continuamente qualsiasi allenatore: è importante farsi trovare pronti. In una squadra di alto livello, diventa fondamentale la capacità di non tradire le attese quando si viene chiamati in causa. L’affidabilità di un calciatore è una qualità imprescindibile per aiutare l’intero gruppo a remare verso grandi obiettivi. Un esempio di duttilità e serietà è stato indubbiamente Sergio Porrini. Nato terzino destro e adattatosi anche al ruolo di difensore centrale, è stato uno dei punti di forza dell’Atalanta tra il 1989 e il 1993, prima di passare alla Juventus di Marcello Lippi. E con i bianconeri ha vinto tutto, segnando gol pesanti e facendosi trovare pronto quando le rotazioni difensive richiedevano il suo impiego in un reparto arretrato di altissimo livello. Ora Porrini segue il calcio da una prospettiva diversa, la panchina, aiutando l’Albania di Edy Reja a crescere. L’ex Atalanta e Juve si è raccontato ai nostri microfoni:

Sergio, come sta vivendo questo momento così delicato?

“Vivo a Crema, in una delle zone più colpite dal contagio. Fortunatamente sto bene. Di sicuro è un momento molto difficile. Diventa tutto molto pesante perché le relazioni interpersonali sono interrotte”.

Ora il mondo del calcio sta valutando varie opzioni di ripartenza anche per evitare di subire un danno economico ingente. Qual è la sua idea?

“Alla fine si parla solo di quello, dell’aspetto economico. Se la stagione dovesse ripartire, sarebbe solo per evitare che il danno sia grave. Sappiamo benissimo quanto le società si possano indebitare perché verrebbero a mancare tante entrate. In questo momento, sinceramente, con tante famiglie che soffrono, non riesco a pensare al calcio. Ci sono cose più importanti nella vita. Negli ultimi anni il calcio è diventato più aziendale. Le società gestiscono patrimoni. Forse, sotto questo aspetto, è giusto che riparta, anche se non so se accadrà”.

Le ipotesi legate alla ripartenza sono state tante: dai playoff alle gare distribuite lungo tutta l’estate. Ultimamente si è parlato anche di far disputare tutti gli incontri a Roma.

“Bisogna capire come proseguire. Alla normalità non si potrà tornare in tempi brevi. Magari si potrebbe ripartire a porte chiuse, per far sì che finisca il campionato. Ma in Lombardia non sarebbe piacevole. Faccio fatica a pensare a come si potrebbe ripartire. Sono rimasto in contatto con alcuni tifosi dell’Atalanta: a loro interesserebbe ben poco che il campionato ricominciasse. Sarebbe solo una questione economica. La Uefa ha detto che sarà necessario concludere le competizioni. Non so come e dove. Per quanto riguarda l’idea di giocare a Roma, mi sembra che sia una forzatura. E come ogni forzatura c’è il rischio di un risultato finale deludente. Ho letto dello stop del basket: è vero che ci sono sport con entrate inferiori, ma bisogna capire che il dio denaro potrebbe passare in secondo piano per una volta anche nel calcio”.

Qualora si dovesse ripartire quale tra le squadre in lotta per il titolo sarebbe avvantaggiata? E quale penalizzata?

“A prescindere da tutto reputo la Juventus la squadra più forte. Sembrava che ultimamente avesse trovato la quadra, giocando un buon calcio. La formazione che potrebbe essere maggiormente penalizzata dalla sosta è la Lazio. Era in una condizione mentale strepitosa. Sono quelle annate in cui vai in crescendo e acquisti una serenità straordinaria. Questa interruzione cambia tutto. Si ripartirà da zero e, dal punto di vista dei singoli, la Juve è la più forte. L’Inter, invece, mi sembra troppo distanziata dalla lotta per il titolo”.

Anche lei ha giocato in una grande Juventus. Trova qualche analogia tra la “sua” squadra e la formazione di Maurizio Sarri?

“È sempre difficile fare un paragone. Basti pensare che si facevano gli stessi discorsi quando giocavo, accostando la nostra Juve a quella di Platini. Il calcio attuale è particolarmente diverso rispetto a quello di trent’anni fa. Quello che maggiormente mi colpisce della Juve è la sua gran fame di vittorie, nonostante in Italia abbia sempre vinto negli ultimi anni. Ma ciò che non la accomuna a noi è il raggiungimento della Champions. È un trofeo che manca da tempo. Noi siamo riusciti a vincerla, mentre ultimamente i bianconeri ci sono solamente andati vicini”.

Qual era il segreto della Juventus in cui lei ha giocato?

“I risultati non avvengono mai per caso. Si verificano sempre se all’interno dello spogliatoio si crea un gruppo di amici. Questo fattore è capitato nel nostro caso e faceva sì che la Juventus avesse una grande compattezza. Al termine delle partite di coppa si andava a mangiare al ristorante insieme a fidanzate o mogli. La coesione del gruppo ci dava la forza per continuare su quella strada. Oggi tutti socializzano sui vari network. Leggo tanti bei messaggi, ma, secondo me, c’è poco rapporto al di fuori. Ho vissuto diverse ere in bianconero, dal periodo con Baggio e Vialli a quello con Zidane. Alla fine si vince con i grandi campioni e se questi si mettono in discussione e si integrano all’interno dello spogliatoio. Alla Juve è accaduto e in questo modo diventava piacevole anche andare al campo per allenarsi”.

Dall’esterno, in campo, la personalità dei giocatori non spicca particolarmente. Nello spogliatoio chi erano i trascinatori?

“C’erano tante personalità diverse. Ad esempio Angelo Di Livio e Ciro Ferrara erano quelli che spiccavano maggiormente quando era il momento di scherzare. Invece Didier Deschamps era più chiuso, meno burlone. Comunque tutti stavano allo scherzo. Ricordo con piacere la creazione di rapporti di amicizia molto intensi e particolari: quando era giusto criticare un compagno, lo facevamo con i dovuti modi. Non si guardava mai all’altro con invidia, controllando l’andamento delle prestazioni o i voti sui giornali. Senza questa malizia, si accettano le osservazioni degli altri e si può prendere spunto per crescere. Per fortuna abbiamo sempre avuto uno spogliatoio sano”.

Lei ha vinto praticamente qualsiasi competizione per club: dalla Coppa Italia allo scudetto, dalla Champions League alla Coppa Intercontinentale. C’è una partita che le è rimasta particolarmente nel cuore?

“Forse la finale dell’Intercontinentale perché è il successo che ti pone sul tetto del mondo. L’ho vissuta da titolare e quindi è stato l’apice e il coronamento di tante vittorie. Oggi puoi vincere la Champions partendo da terzo o quarto in campionato. Quel successo, invece, era figlio dello scudetto nel 1995 e della Champions 1996. Se potessi la rigiocherei ancora per riassaporare quella gioia”.

E invece quale partita della sua carriera vorrebbe rigiocare per cambiare il risultato finale?

“Assolutamente la finale di Champions League contro il Borussia Dortmund nel 1997. Il ricordo di quella gara ancora non mi è passato”.

Lei ha giocato anche nell’Atalanta. Come valuta il cammino degli uomini di Gian Piero Gasperini?

“Ormai non c’è più da stupirsi. Quando si riescono a conseguire simili risultati vuol dire che non è causale. Hanno trovato un grandissimo tecnico che ha valorizzato gli elementi in rosa. Vedo in Gasperini quell’allenatore che al 70% incide sulla squadra. Se giocatori come Petagna e Cristante hanno un rendimento del 100% superiore alla norma con lui, vuole dire che il suo lavoro è eccezionale”.

Il gioco dell’Atalanta è il più ammirato in Italia. Non crede che però manchi un trofeo per legittimare questo ciclo straordinario?

“Secondo me non è il trofeo che fa grande questa Atalanta. L’Atalanta ha già vinto. Il raggiungimento della Champions League da parte dei nerazzurri, per giunta come terzi classificati, è un traguardo superiore rispetto alla Juventus che vince otto campionati consecutivi. Inoltre non sono più i tempi del Verona di Bagnoli. C’è troppa differenza tra le big e le altre squadre”.

Alla luce di queste differenze, le piace il calcio attuale?

“Forse i trent’anni precedenti al nostro calcio somigliavano al periodo in cui ho giocato. Oggi sembra di vedere uno sport diverso. Sono aumentati gli staff medici, oggi al calciatore viene messa a disposizione qualsiasi cosa utile a migliorare. Sono molto legato al calcio dei miei anni. Oggi mi entusiasma un pochino meno vederlo da spettatore, anche se cerco comunque di imparare. Secondo me, questa differenza a livello economico lo rende meno bello. Deve far riflettere il fatto che ci sia un club in grado di vincere otto campionati di fila. Lo posso accettare nel campionato scozzese in cui Celtic e Rangers sono sempre state le formazioni dominanti. Non in Italia, dove solitamente c’erano tante squadre in grado di contendersi lo scudetto”.

Parliamo dei suoi progetti: ora di cosa si occupa?

“Sono vice allenatore dell’Albania. Abbiamo rinnovato il contratto con Mister Reja. È un bel progetto di crescita per portare la nazionale albanese su livelli importanti. Dopo l’Europeo 2016 le prospettive sono cambiate. I vertici del movimento hanno investito molto. Alla base c’è un desiderio di crescere con un progetto preciso per rimanere in alto”.

Effettivamente negli ultimi tempi il calcio albanese sembra cresciuto notevolmente. Basti pensare anche ai tanti giocatori presenti nel campionato italiano.

“Sì, la crescita c’è stata, soprattutto dal punto di vista difensivo. Abbiamo difensori molto interessanti come Kastriot Dermaku, Marash Kumbulla, Berat Djimsiti, oltre a portieri come Etrit Berisha e Thomas Strakosha. Mettersi in luce in campionati di prim’ordine è importantissimo per il nostro progetto. La crescita in una competizione competitiva può aiutarci a migliorare complessivamente. La speranza è proprio quella di formare un gruppo capace di restare in alto per tanto tempo, evitando che Euro 2016 resti un caso isolato. Il nostro modello in questo senso è l’Irlanda, che è riuscita a ritagliarsi sempre un suo spazio a livello continentale negli ultimi anni. C’è entusiasmo da parte di tutti. Ora il nostro compito è scoprire nuovi talenti”.

Se potesse tornare a giocare in quale formazione le piacerebbe fare il difensore?

“Sicuramente rigiocherei per le squadre che hanno maggiormente segnato la mia carriera: Juventus e Atalanta. Dovendone scegliere una, diventerebbe troppo facile preferire la Juve. Per le mie caratteristiche di giocatore e per il tipo di modulo, mi troverei benissimo con Gasperini. Mi sono sempre esaltato con la marcatura a uomo. In questa Atalanta che gioca con un sistema simile andrei davvero a nozze”.

Ha collaborato Federico Mariani

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