Turci a ISP: “A Udine Zaccheroni puntava allo scudetto. L’Atalanta può fare meglio di noi”

L’ex portiere di Cremonese, Udinese e Sampdoria si racconta ai nostri microfoni

di Redazione ITASportPress

Di Federico Mariani

La differenza tra vittoria e sconfitta, spesso, si misura in dettagli. Accade lo stesso durante una partita, quando ogni gol è frutto di particolari favorevoli o ostili. La dura vita del portiere è infarcita di episodi con esiti svariati. Luigi Turci ha vissuto intensamente questi aspetti nella sua lunga carriera da estremo difensore, blindando le porte di Cremonese, Treviso, Alessandria, Udinese, Sampdoria e Cesena tra il 1987 e il 2007. Una volta smesso di volare tra i pali, l’ex numero uno classe 1970 ha deciso di trasmettere le sue conoscenze alle giovani leve. L’ultimo capitolo della sua nuova vita è stato il Milan, seguendo lo staff di Marco Giampaolo. Con i rossoneri il rapporto si è interrotto da poco, ma Turci è pronto a rilanciarsi in nuove esperienze. Il preparatore dei portieri si racconta ai nostri microfoni.

Turci, lei ha da poco concluso l’esperienza al Milan nel ruolo di allenatore dei portieri. Come valuta la sua avventura?

“È stata un’annata complicata per tanti motivi e sotto diversi punti di vista. Ci sono stati esoneri, cambio di staff, la quarantena, il Covid e i match pre e post Coronavirus. Insomma una situazione particolare. Inoltre negli stadi si è passati dal pubblico all’assenza di pubblico. È stata un’annata importante e mi ha arricchito in effetti. Del resto sono le difficoltà che fanno crescere. Condurre la nave in un momento di tempesta può aiutare a migliorare se stessi”.

In quali aspetti si sente particolarmente migliorato?

“I miglioramenti li dirà solamente il tempo. L’esperienza fatta al Milan è di altissimo livello per il blasone del club. Ho allenato i fratelli Donnarumma, Begovic e Reina: è un materiale umano di eccellenza. Già questo basta a rendere l’esperienza importantissima”.

Come da lei sottolineato, ha avuto un materiale umano importante a disposizione. Su quali punti ha deciso di lavorare?

“Quando si parla di un ruolo specifico, bisogna tenere presenti diversi aspetti, da quello atletico a quello psicologico. Si tocca tutto. Non si può tralasciare nulla. L’obiettivo principale è rendere un portiere solido, ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo”.

Come si spiega il cambio di rendimento del Milan dal ritorno in campo dopo il lockdown? Sembra una squadra completamente diversa rispetto a quella vista finora.

“Sicuramente ci sono state due facce della medaglia. Entrambe sono squadre di grande potenziale, ma, se prima si faticava a esprimere queste qualità, ora la situazione è decisamente cambiata. Le ragioni penso siano più di una. Abbiamo vissuto un’esperienza unica con la sospensione del campionato. Non accadeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale che la Serie A venisse fermata. Ogni formazione ha vissuto un percorso particolare. Si è andati avanti navigando a vista per tanti mesi”.

Come avete vissuto il periodo del lockdown?

“Abbiamo svolto degli allenamenti online per circa un’oretta al giorno, cercando di avere ritmi via via più intensi. Credo sia stato importante per mantenere il contatto”.

Qual è la sua idea del calcio a porte chiuse?

“È un altro sport. È difficile definirlo calcio. Ci sono giocatori che di fronte a un pubblico si esaltano e altri che accusano la pressione e al primo errore si sciolgono. È completamente diverso rispetto al calcio vero e proprio. I tifosi fanno parte della tradizione sportiva perché può condizionare un risultato. Ci sono tanti scout che non visionano le ultime partite dei ragazzi sotto osservazione, ma preferiscono guardare le gare precedenti. All’interno del campo il gioco è lo stesso, ma eliminare gli spettatori significa togliere una componente determinante”.

È capitato anche a lei di farsi condizionare dalle tifoserie nelle sue esperienze a Cremona, Udine, Genova e Cesena?

“Non mi è mai successo fortunatamente di giocare senza pubblico. Al massimo, quando ho iniziato a giocare, c’erano pochi spettatori, ma mai nessun tifoso. Sicuramente le tappe principali della mia carriera sono state quelle elencate prima. Ho avuto la fortuna di giocare in stadi trascinanti. A Cremona sembrava di avere il tifoso quasi sulla spalla. Stessa sensazione a Genova con la Sampdoria, ma moltiplicata all’ennesima potenza. A Udine è stato un po’ diverso per via della conformazione dello stadio che con la pista allontanava leggermente il pubblico. Il Manuzzi di Cesena, invece, portava il giocatore insieme alla tifoseria”.

In tutte queste tappe lei ha fatto parte di squadre davvero speciali.

“Assolutamente. Ho avuto il piacere di far parte di un gruppo che ha scritto la storia della Cremonese con la vittoria del Torneo Anglo-Italiano. Ho avuto la stessa fortuna a Udine, quando la ‘mia’ Udinese è stata la prima a qualificarsi per due volte consecutive in Coppa Uefa. In parte, è stato lo stesso a Genova e Cesena. In tutte queste esperienze, alla base, c’era un fortissimo senso del gruppo che ci ha permesso di superare gap tecnici importanti. Basti pensare alla prima salvezza della Cremonese nel 1994: arrivammo addirittura davanti all’Inter”.

Soffermiamoci sul capitolo cremonese. In grigiorosso ha trovato un tecnico davvero speciale come Luigi Simoni. Qual è il suo ricordo?

“Simoni era una mosca bianca all’interno del panorama calcistico internazionale. Era una persona vera che portava avanti coerentemente le sue idee. Averlo come allenatore è stato un arricchimento importante. Siamo cresciuti dopo una promozione. La convinzione cresce con l’arrivo dei risultati. Il calcio non dà una svolta senza quelli. E Simoni è stato la nostra guida dal momento che eravamo tutti giovani e inesperti. Lui è stato il nostro faro”.

Ha imparato qualcosa da lui che poi le è tornato comodo ora, da preparatore dei portieri?

“Ognuno ha un suo carattere e quindi è complicato fare paragoni. Sicuramente mi è stato utile imparare il suo modo di approcciarsi”.

Ci sono delle analogie con Alberto Zaccheroni, il tecnico che ha incontrato a Udine?

“Per certi aspetti. Zaccheroni era un allenatore ambizioso. Voleva ottenere risultati importanti e ce l’ha fatta con grande coraggio. Ha lanciato il 3-4-3 che in Italia era un’assoluta novità. Poi la sua carriera è proseguita altrove con vittorie che parlano da sole”.

Quell’Udinese nel 1997/98 è stata a lungo in lotta per il campionato con Juventus e Inter. Avete mai pensato realmente di poter vincere lo scudetto?

“Sì c’è stato un momento in cui ci abbiamo pensato seriamente. Racconto questo aneddoto: perdemmo la partita precedente lo scontro diretto con la Juve a Empoli. Mister Zaccheroni entrò nello spogliatoio infuriato e dice: ‘Non abbiamo capito nulla. Oggi abbiamo buttato via la possibilità di giocarsi lo scudetto perché con una vittoria saremmo stati più vicini al vertice e avremmo messo pressione’. Quelle parole ci hanno scosso. La conferma l’ho avuta già nella settimana successiva. Andammo in vantaggio e poi la Juventus pareggiò con Del Piero. Vidi per la prima volta Lippi esultare come se avesse vinto. Lì capii che il vero ostacolo per loro eravamo noi”.

Una squadra rivelazione che sfida Juventus e Inter nella lotta per lo scudetto. Questa Atalanta ricorda da vicino la ‘sua’ Udinese. Può fare di meglio?

“L’Atalanta ha già fatto un passo in più. Ha interpreti molto più forti e mantiene gli stessi giocatori da diverso tempo, creando dunque un gruppo compatto. Inoltre l’allenatore Gasperini ha creato una mentalità ben precisa. Ora tutti ci aspettiamo che vinca un trofeo. L’anno scorso probabilmente avrebbe potuto inventarsi la rimonta se non avesse pareggiato in maniera casuale lo scontro diretto con la Juve. Senza il rigore fischiato contro a Muriel per fallo di mano, forse, la storia sarebbe andata diversamente”.

E il Milan non potrebbe essere un outsider interessante?

“Sicuramente i numeri sono dalla loro parte. Stanno proseguendo con la stessa convinzione del finale dell’anno scorso. Ibrahimovic è un vero trascinatore e i rossoneri sono cresciuti in termini di personalità. Ovviamente il tempo ci dirà se questi risultati lanceranno il Milan verso i piani alti”.

Da ex portiere c’è stato un attaccante che è stato la sua bestia nera?

“Sicuramente Crespo. Mi ha fatto gol in tutte le salse (ride ndr.)”.

In compenso lei è stato un gran pararigori. Quale penalty neutralizzato le ha dato la soddisfazione maggiore?

“Non ce n’è uno in particolare. Ho avuto la fortuna di parare due volte un rigore a Signori. Ne ho parati anche a Chiesa e Shevchenko e altri campioni. C’è stato anche chi mi ha fatto i complimenti. Sono state belle soddisfazioni”.

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