Tennis, Djokovic: pubblico non apprezza suo buonismo…

Tennis, Djokovic: pubblico non apprezza suo buonismo…

Non è facile essere numeri 1. Anche fuori dal campo di gioco, responsabilità e pressioni sono maggiori.

di Redazione ITASportPress

Non è facile essere numeri 1. Anche fuori dal campo di gioco, responsabilità e pressioni sono maggiori. Re Nole I, al secolo Novak Djokovic, lo sa benissimo e, da ragazzo intelligente, svicola con dialettica perizia da ogni bomba ad orologeria gli venga recapitata davanti ai microfoni.
Troppa perizia. Pericolosi sono i cronisti yankee, orfani di star e sempre attenti alle novità, micidiali sono i giornalisti brit che girano il mondo come biografi di Murray e si specializzano in domande trabocchetto, temibili sono tutti i freelance che vivono di una “quote”, una dichiarazione in più e seguono ore ed ore di partite senza prendere appunti in attesa proprio della fatidica “press conference”.
Come reagisce il campione? Blandendo l’uno, accontentando l’altro, sfoderando tanti sorrisi e risposte neutre. Quando poi, per una volta, si sbilancia davvero e dice la verità, come sulla polemica dei premi uomini-donne, deve fare velocissimamente marcia indietro. E’ invece bravissimo quando accontenta i voraci media brit elogiando Kyle Edmund, la loro 21enne promessa: “Ha un gran dritto, è forte fisicamente, migliorerà di sicuro nei movimenti e guadagnerà esperienza giocando i grandi match, così come salirà di un paio di livelli al servizio. Ma sono rimasto positivamente sorpreso dal suo gioco, dal suo comportamento e dall’attitudine, dentro e fuori dal campo. E’ molto maturo. Ha il potenziale per fare il salto di qualità e salire al top del tennis. Dove può arrivare dipende da lui. Certo, avere Andy Murray che può fargli da mentore è un gran bel vantaggio. Sono sicuro che lo usa saggiamente”. Così ha indorato il punteggio, 6-3 6-3, altrimenti amarognolo.

Il cinque volte campione di Miami, con alle spalle 26 successi e una sola sconfitta nelle ultime 27 partite locali, sa che le polemiche non aiutano la rincorsa al nuovo record. Perché non dispensare carezze anche al 26enne Joao Sousa, il pittoresco portoghese che ha regalato il primo titolo Atp al suo paese? “Mi ha fatto giocare, mi ha spinto duramente perché picchiava forte da dentro il campo, giocando in anticipo e con continuità, cosa che non mi aspettavo. Pensavo stesse di più a fondocampo. Invece mi toglieva il tempo, soprattutto dal lato a favore di vento. E’ un buon giocatore, ha molto talento, è molto veloce e serve bene. Nel secondo set ho cominciato a leggergli meglio la battuta e a non dargli più tanto ritmo di manovra”. Come dargli torto? Sousa gli ha tolto due volte il servizio, ma ha confermato le sue debolezze subendo la sconfitta numero 12 con una sola vittoria contro i “top ten”, e alla fine ha perso col 6-4 6-1 che non fa immaginare chissà quali patemi d’animo per il campione serbo (al terzo successo su tre contro l’avversario). Ma, dopo questi elogi, sono tutti più contenti. “Che bravo, eh?, Novak sa parlare così bene, ha sempre una parola buona per tutti”.

Il pubblico non apprezza poi così tanto, però, questo buonismo del numero 1, forse perché capta, al di là dei sorrisi, che il serbo è politically correct ma ha dentro un vulcano in eruzione e ne ha spesso la riprova quando le cose gli vanno davvero male, in campo. Probabilmente lo preferirebbe più cattivo, anche a parole, più evidente nelle reazioni, alla Jimmy Connors. Sicuramente lo vorrebbe più vicino ai rivali classici, Nadal, Federer e anche Murray. Più deboli di risultati e continuità ma, sicuramente, più amati. Proprio perché più fallaci, ma più umani. Magari Novak è così per natura, magari invece il re della giungla ha paura di mostrarsi così com’è veramente. E racconta la verità soltanto coi risultati.

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