Lady Gasp: “A Bergamo stiamo benissimo. A Crotone fu dura ma in Cina non andrò mai”

La signora Gasperini ha svelato alla Gazzetta dello Sport alcuni particolari della vita del famoso marito

di Redazione ITASportPress

Gian Piero Gasperini e la sua moglie Cristina sono sposati dal 1980. Lui allena l’Atalanta e oggi compie 60 anni. Lei lavora in una scuola di Torino e ha accettato di fargli un regalo: un’intervista, di nascosto, alla Gazzetta dello Sport. Ecco alcuni punti più importanti delle dichiarazioni di Lady Gasp: “Ci siamo sposati a 22 anni, quando Gian Piero giocava a Palermo. Nella via davanti a casa c’era questa bimbetta di tre-quattro anni che faceva la ruota in mezzo alla strada per tutto il giorno. Era Eleonora Abbagnato. L’ho rivista anni dopo, su un giornale: era diventata étoile all’Opéra di Parigi».

In che cosa è cambiato suo marito da allora? «Da giovane forse era ancora più esplosivo, adesso è un pochino più paziente. Ma se si incendia, si incendia. Io lo dico sempre, potrebbe esserci davanti il Papa ma lui, se ha la ferma convinzione di essere nella ragione, non si calma. Mi dice: “A che serve fare il diplomatico?”. Lui non stacca mai, è sempre concentrato. Ha i suoi quaderni e le lavagnette, studia i giocatori, le squadre o le formazioni. Il suo quartiere generale è il divano. Si sdraia e magari guarda la tv con il computer sulle ginocchia. A volte gli chiedo: “Ma come fai a vedere due cose contemporaneamente?”. E lui: “Ascolto”». Se la squadra perde, parla di più o di meno? «Dipende da come perde. Se è convinto di avere giocato bene, non rimugina. È molto più dura quando la squadra non fa quello che si aspetta: in quel caso diventa silenzioso. La partita di domenica con il Napoli ad esempio l’ha patita. In quei casi bisogna lasciarlo decantare, come il vino».

E se la squadra ha una partita importante, dorme poco? «Gian Piero non è mai stato un dormiglione però, quando è particolarmente preso, le ore diminuiscono. Magari si alza alle 4, viene in salotto e accende il suo computer».

Qual è stato il momento più difficile? «Crotone, nel 2003. Avevamo rimesso le radici a Torino perché lui allenava da quasi dieci anni nel settore giovanile della Juve. Andare in C1 a 1.200 chilometri di distanza è stata una scelta coraggiosa: abbiamo portato con noi un ragazzo di 16 anni e ne abbiamo lasciato a Torino uno di 20. In genere sono i figli che partono per andare a studiare lontano, noi abbiamo fatto il contrario. Non era scontato andasse bene». Quindici anni dopo,è il caso di andare ancora più lontano, all’estero? «Lui a volte è tentato, io invece sento parlare di altri allenatori in Cina e gli dico: “Gian Piero no, in Cina non portarmi”. L’estero non mi attira e poi Bergamo ci ha accolto benissimo». Facciamo un pronostico: quanto allenerà ancora? «Non lo so, questa è una domanda difficile. Mio marito dice che non vuole sentirsi vecchio, ma io gli rispondo che contano le idee. E le sue non sono così vecchie…». Signora, a proposito di idee: non è che suo marito si arrabbierà quando leggerà l’intervista? «Non credo.

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